L’intesa sulla fase uno dei negoziati per la Brexit è stata raggiunta, ma il governo di Theresa May rimedia un brutto ko alla Camera dei Comuni su un emendamento cruciale alla European Union (Withdrawal) Bill, la legge quadro destinata ad attuare l’uscita dal Regno Unito dall’Ue. Una rivolta abbastanza ampia da mettere a repentaglio la sua precaria maggioranza. La proposta di modifica, presentata da una quindicina di deputati conservatori ribelli e appoggiato dalle opposizioni, laburisti in testa, obbliga a inserire nel testo l’impegno per un voto vincolante del Parlamento britannico sugli accordi finali sul divorzio dall’Ue che l’esecutivo negozierà con Bruxelles: 309 i voti a favore, 305 i contrari.

A guidare gli ammutinati é stato il pacato ex Attorney general Dominic Grieve, che si è detto ispirato dalle parole di Winston Churchill secondo cui “un buon uomo di partito mette il partito davanti a se stesso, ma il Paese davanti al partito”. I ribeli hanno ottenuto non un diritto al rovesciamento della Brexit, all’apparenza, ma comunque un obbligo messo nero su bianco che costringe l’esecutivo a sottoporre gli accordi conclusivi allo scrutinio di deputati e lord prima di poter dar luogo alla loro attuazione.

Theresa May ha tentato di disinnescare la ‘bombà, tornando a promettere in aula il passaggio d’un voto delle Camere “ben prima” della formalizzazione del divorzio. E lo stesso ha fatto il ministro-negoziatore della Brexit, David Davis, in una lettera indirizzata a tutti i parlamentari Tory. Ma si é trattato di rassicurazioni insufficienti, stando a Grieve e agli altri firmatari dell’emendamento chiave alla Withdrawal Bill, il numero 7: clausola in base alla quale l’impegno a far votare il Parlamento diventa scritto. Non limitato dalla formula del ‘prendere o lasciare’ evocata da Davis, bensì tradotto in un formale Act of Parliament che l’esecutivo non potrebbe bypassare neppure in extremis, con provvedimenti attuativi d’autorità. Di fatto uno scenario che – pur non prevedendo un veto alla Brexit sancita dal referendum del 2016, come precisano i proponenti – sarebbe in grado di creare potenzialmente situazioni di stallo, teme il governo, nell’ipotesi di dissidi su punti cruciali.

Senza contare le conseguenze sui fragili equilibri della coalizione e dello stesso Partito Conservatore, al cui interno le divisioni fra pragmatici ed euroscettici minacciano di sfociare in una frattura irrimediabile per la tenuta della leadership di Theresa May e della legislatura. Non é del resto un caso che il Labour abbia colto la palla al balzo per rinunciare a un proprio emendamento simile e convergere su quello di Grieve, come annunciato fin da stamattina da Keir Starmer, responsabile del dossier Brexit nel gabinetto ombra di Jeremy Corbyn. Un fronte comune che per la prima volta ha i numeri per scalfire la ‘grande legge quadro‘ – passata indenne alla prima lettura nella versione imposta dal governo e salvatasi di giustezza su altri emendamenti in questa fase di seconda lettura – ma soprattutto ha i numeri per azzoppare la maggioranza. Se non per affondarla una volta per tutte.

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