Licenziata mentre si trova in congedo parentale per assistere il figlio di quasi tre anni affetto da una grave malattia degenerativa, la Sma (atrofia muscolare spinale). Vittima di quella che lei ritiene un’ingiustizia è Veronica Piras, madre del piccolo N. che a soli tre mesi lei e suo marito Viktor hanno scoperto essere gravemente malato. Assistita dal sindacato, la Uil, e dall’avvocato Marco Carra la donna ha deciso di rivolgersi al giudice del lavoro di Mantova per essere riassunta in azienda.

Il 13 dicembre è fissata la prima udienza davanti al magistrato. Veronica, 33 anni, vive a Castiglione Mantovano, paesino in provincia di Mantova ai confini con il veronese, e per dieci anni ha lavorato per la Consulmarketing, una società di Milano che si occupa di rilevamento prezzi nei supermercati per indagini di mercato. La sua seconda gravidanza – Veronika e Viktor hanno anche una figlia più grande – si rivela a rischio e per questo presenta un certificato medico all’azienda che le consente di rimanere a casa prima del periodo di congedo normale, nonostante le resistenze dell’azienda. Terminati i cinque mesi di maternità, vista la grave disabilità del figlio costretto a vivere attaccato a macchine e sondini e quindi bisognoso d’assistenza continua, la 33enne chiede di poter usufruire della possibilità, consentita dalla legge, di rimanere a casa per altri tre anni con uno stipendio ridotto del 70%, usufruendo della formula del congedo parentale per figli con grave disabilità. A giugno di quest’anno, però, a Veronica arriva la email dall’azienda nella quale le si chiede di restituire il materiale di rilevazione, ossia uno scanner per leggere i codici a barre dei prodotti, a seguito del suo licenziamento. Lei cade dalle nuvole, perché, mai, a suo dire, le era arrivata in precedenza una lettera di licenziamento. Secondo la legge il congedo parentale le sarebbe scaduto nel marzo del prossimo anno.

“I datori di lavoro – spiega Daniele Grieco della Uiltucs che sta assistendo Veronica nella causa legale contro l’azienda che l’ha licenziata – sostengono di averle inviato una raccomandata nella quale le notificavano il licenziamento. Ma questa lettera non è mai arrivata. Alle nostre richieste di chiarimenti in merito, l’azienda non ha mai risposto”. Il fatto che il licenziamento non sarebbe stato notificato in forma scritta “lo rende inefficace e nullo” spiega al fattoquotidiano.it il legale che assiste la donna per conto della Uil, Marco Carra, anche consigliere regionale del Pd. “In casi come questo – prosegue Carra – è applicabile ancora l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e per questo al giudice chiederemo il reintegro nel posto di lavoro. L’azienda ancora non ci ha risposto nulla, ma ha tempo fino a cinque giorni prima del giorno fissato per l’udienza, il 13 dicembre, per presentare eventuali memorie”.

“Il risvolto etico è molto forte in questa storia” spiega Grieco della Uiltucs che aggiunge: “Veronica ha lavorato per dieci anni per la Consulmarketing: fino al 2013, quando collaborava come cocopro, guadagnava anche 1800 euro al mese. Poi a causa della Legge Fornero che cancella i cocopro viene assunta tempo indeterminato ma lo stipendio si abbassa a 800 euro. Per cui con il congedo parentale lo stipendio è di poco più di 200 euro mensili”.

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