E’ un viaggio difficile e rischioso il pellegrinaggio di papa Francesco in Myanmar e Bangladesh. Perché delicatissima è la questione dei Rohingya nelle Birmania (Myanmar) dove si scatena da anni un nazionalismo buddista, accanito contro questa etnia musulmana, di cui un milione di profughi nel tempo si sono ammassati sul territorio del Bangladesh. Al contempo il medesimo buddismo estremista perseguita anche minoranze cristiane.

E perché nel Bangladesh, dopo decenni di normale convivenza, si è fatto strada un radicalismo islamico che aggredisce nelle campagne i villaggi dei cattolici (che rappresentano appena lo 0,4 per cento su una popolazione di 150 milioni di abitanti).

Il viaggio papale non nasce da un’improvvisazione. L’Asia per la Chiesa cattolica è il grande interlocutore del prossimo futuro. Pensare ad una conversione – verificatasi solo in zone delimitate, le Filippine ad esempio – non è immaginabile. Dunque il cattolicesimo e il cristianesimo deve fare i conti e confrontarsi sul serio con antiche culture, religioni profondamente radicate, filosofie di vita praticate da millenni. Dal buddismo, all’induismo, allo janaismo, all’islam, al confucianesimo, allo shintoismo.

Già Giovanni Paolo II aveva dedicato parecchi viaggi al continente asiatico – da citare ad esempio l’incontro con il patriarca buddista della Thailandia nel suo tempio a Bangkok – proprio per entrare in dialogo attivo con la realtà molteplice racchiusa nel nome di Asia. A Giovanni Paolo II risale anche la strategia di visitare sistematicamente il più gran numero possibile di “provincie” del cattolicesimo per sottolineare che il Papa di Roma va ovunque ci sia un gregge cattolico.

Dunque il viaggio di Francesco si muove nella scia del suo grande predecessore. E questo è un punto di forza: il ruolo storico di lungo respiro della Chiesa cattolica non si basa infatti sull’exploit di leader “solitari” (benché spesso esaltati di volta in volta dai media) ma sull’impatto durevole derivato dal rafforzarsi di una strategia con l’apporto della creatività dei singoli pontefici.

L’originalità di Francesco consiste nella speciale attenzione posta nelle “periferie”. Di qui il suo recarsi in nazioni piccole e non potenti o la sua scelta di nominare cardinali esponenti di queste nazioni: del Myanmar (Charles Bo), del Bangladesh (Patrick D’Rozario) e persino delle Isole Tonga sperdute nel Pacifico (Soane Patita Paini Mafi).

Alla causa dei Rohingya (che un accordo di pochi giorni fa dovrebbe riportare in parte nei loro villaggi natali) papa Francesco porta il suo appoggio non solo parlandone con i vertici politici del Myanmar ma visitandone un campo profughi nel Bangladesh sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale. E’ un messaggio anche al mondo islamico. Come papa Wojtyla difese pubblicamente la Bosnia musulmana dalle aggressioni dei Croati cattolici e dei Serbi ortodossi così Francesco fa sua la causa di una minoranza musulmana perseguitata per sottolineare che la Chiesa di Roma non basa unicamente ai “suoi”, ma è impegnata nella causa dei diritti umani e della pace per tutti al di là delle frontiere confessionali. Perché – come ama ripetere papa Bergoglio – sono “tutti figli di Dio”.

In Myanmar Francesco tocca un fenomeno esploso con violenza con la fine del Ventesimo Secolo, la fine della Guerra fredda e la fine dei grandi aiuti occidentali o sovietici alle nazioni in via di sviluppo (dovuto alla difesa delle sfere di influenza). Il fenomeno inaspettato è il fondamentalismo violento e intollerante di religioni sin lì vissute sostanzialmente in modo non violento. In India si manifesta nell’esplosione dell’induisdai nazionalismi mo fondamentalista che perseguita particolarmente il cristianesimo che porta emancipazione tra i “senza-casta”, i paria.  Nel Myanmar si è manifestato con la nascita di un buddismo estremista e aggressivo, l’esatto contrario del buddismo praticato da centinaia di milioni in altre parti del mondo (compreso il Myanmar) e tra gli adepti occidentali.

Il concetto chiave di questo pellegrinaggio papale sarà: è riconciliazione. Una riconciliazione considerata riconoscimento del tutto laico della diversità e della dignità delle religioni e delle scelte di vita in vista di una pacifica convivenza e al tempo stesso appello a valorizzare le risorse e i valori delle religioni per contribuire insieme alla crescita della “casa comune”, allo sviluppo di giustizia e pace, al superamento delle diseguaglianze che incatenano centinaia di milioni di persone.

Una riconciliazione che respinge la manipolazione politica dei sentimenti religiosi. Francesco è uno stratega. Sembra illuminarsi giorno per giorno sulla scena pubblica per un tweet, un gesto, una parola particolarmente efficacie. Ma ha in testa una strategia precisa e lavora sistematicamente in quella direzione.

In un mondo scosso dalla “3a Guerra mondiale a pezzi”, dal terrorismo pseudo-religioso, dalla catastrofe migratoria, dalla xenofobia, dai nazionalismi intolleranti, il papa argentino agisce per un pianeta concepito come una famiglia senza “inequità”.

E’ una sfida totalmente in salita, ma è ciò che lo rende un leader morale riconosciuto internazionalmente.