Nessuno, neppure un boss, può “essere paragonato ad un escremento”. A stabilirlo, con una sentenza per certi versi sconcertante, è stata la Corte di Cassazione nelle motivazioni, depositate oggi, in base alle quali, lo scorso maggio è stata annullata l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato” nei confronti del giornalista Rino Giacalone dall’accusa di aver diffamato la memoria di Mariano Agate, capo mandamento di Mazara condannato all’ergastolo per la strage di Capaci, morto il tre aprile 2013 a 73 anni. Giacolone sul web ne aveva ricordato la storia criminale concludendo che la sua morte aveva tolto alla Sicilia “un gran bel pezzo di m…”. E’ stato così accolto il ricorso della Procura di Trapani, supportato dai familiari di Mariano Agate. I giudici hanno stabilito che il boss ha diritto alla “dignità” che il “nostro ordinamento riconosce a qualunque essere umano, anche a chi è appartenuto a una associazione malavitosa sanguinaria e nefasta (o addirittura la capeggia)” e non può essere paragonato ad un escremento. Aggiunge inoltre la sentenza 50187 che la “celebre frase” di Giuseppe Impastato – “la mafia è una montagna di m….” – sottolineava “la devastante capacità” dei clan di “intaccare le strutture portanti della società civile” e non può essere d’aiuto perché non prendeva di mira il singolo. Giacalone tornerà sotto processo davanti alla Corte di Appello di Palermo. A lui era stata espressa solidarietà dalla Fnsi, e da parlamentari dem e M5s, come Davide Mattiello e Mario Giarrusso.

Ad avviso della Suprema Corte, “il fondamento costituzionale del nostro sistema penale postula la rieducabilità anche del peggior criminale e, pertanto, non può tollerare, neanche come artifizio retorico, la sua reificazione”. Giacalone, querelato dalla vedova e dai figli del boss, era stato prosciolto dal giudice di Trapani Gianluigi Visco, nel giugno 2016, in quanto l’espressione usata “imponeva al lettore di confrontarsi con il sistema pseudo-valoriale” di Cosa Nostra “di cui era parte l’Agate, in un contesto ambientale nel quale la confusione (o apparente coincidenza) tra valori e disvalori costituisce un obiettivo preciso del sodalizio criminoso”. Secondo il tribunale la frase “rappresentava uno strumento retorico in grado di provocare nel lettore un senso di straniamento” per “sollecitarlo ad una nuova consapevolezza sulla necessità di stradicare ogni ambiguità nella scelta tra contrapposti (seppur artatemente confondibili) sistemi valoriali”.

Ma la Cassazione si è dissociata “dalla finalità” perseguita dal blogger “di aggredire l’ambiguità del sistema di controvalori mafioso” ritenendola “non idonea a giustificare la lesione di un valore fondamentale della persona”. “E si ritiene doveroso aggiungere – prosegue la Suprema Corte – di qualunque persona, anche del riconosciuto autore di delitti efferati, giacché proprio il rispetto di tali diritti vale a qualificare la superiorità dell’ordinamento statale, fondato sulla centralità della protezione dell’individuo, rispetto ad organizzazioni criminali, che invece si nutrono del sostanziale disprezzo di chi non risponda alle proprie finalità, quale che sia il modo in cui esso possano auto rappresentarsi per cercare di conquistare il consenso sociale”.

In difesa di Giacalone, è tornato ad esprimersi il dem Davide Mattiello: “Le motivazione della Cassazione sconcertano: la lesione della dignità della persona sta nelle azioni compiute dalla persona medesima, non nelle parole che si adoperano per descriverle. E’ senz’altro vero che il nostro ordinamento giuridico tutela la dignità di chiunque, ma davvero quella di Agate, boss di Cosa Nostra, responsabile di delitti efferati è messa in discussione dalla parola usata da Giacalone? E’ paradossale”. Per il grillino Giarrusso è un’offesa postuma a Impastato: “In questo Paese ormai completamente devastato dalla corruzione e dalle mafie, si è perso qualsiasi senso della misura, se non del ridicolo. La Cassazione, con la sentenza in questione, non sta recando offesa e discredito al bravo e coraggioso giornalista Rino Giacalone, ma sta condannando in maniera postuma e retroattiva Peppino Impastato“.