Alitalia, Tim e poi anche l’ipotesi Ilva. Per non parlare del piano Capricorn – sponsorizzato da Matteo Renzi – per la riduzione del debito pubblico. Non c’è dossier spinoso in cui la politica non tiri in ballo la Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal Tesoro (82,5%) e dalle Fondazioni bancarie (17,5%). Ma “la Cassa non è la croce rossa” come ha ricordato nell’intervento alla Giornata dal risparmio Giuseppe Guzzetti, presidente dell’associazione che riunisce Casse di risparmio e fondazioni (Acri) e rappresentante del socio di minoranza di Cdp. Per il banchiere Cdp può puntare su Enav perché non è un’azienda in crisi, ma deve “resistere” alle sollecitazioni della politica. Il riferimento implicito è al caso Alitalia, che Cdp, custode di 250 miliardi di risparmio postale, ha schivato perché per statuto non può investire in aziende decotte. Stesso discorso per l’Ilva, che rischiava di diventare terreno di scontro tra il governo e gli attuali vertici della cassa, i banchieri Claudio Costamagna e Fabio Gallia, il cui mandato scade nell’aprile dell’anno prossimo.

Il ministero guidato da Carlo Calenda, secondo quanto ha riportato Reuters nei giorni scorsi, ha infatti bussato alla porta della Cdp per chiederle di entrare nella cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia che a marzo scorso si è aggiudicata il siderurgico grazie al supporto di Banca Intesa. Ma l’impressione è che abbia ricevuto una fredda accoglienza. Martedì 31 ottobre, quando le trattative con il gruppo multinazionale sono ripartite dopo una fase di stallo, Calenda ha chiuso il caso chiarendo che “non ci sono le caratteristiche per far entrare” la Cdp nella cordata. Resta il fatto che il governo conta molto sulla sponda della Cassa, i cui top manager vennero nominati da Renzi prima della scadenza naturale dei loro predecessori. Ma lo scontro tra governo e vertici Cdp ha lasciato il segno. Non a caso, durante la trasmissione televisiva Otto e mezzo, Costamagna ha messo le cose in chiaro dichiarando di sentirsi “in prestito a Cdp”, ma di essere pronto a un nuovo incarico “solo se ci saranno le condizioni per continuare a lavorare come abbiamo fatto fino ad oggi”. Un messaggio che a palazzo Chigi non è stato accolto positivamente.

E, guardando al passato, si capisce anche il perché: negli ultimi anni Cdp ha dato una mano al governo su diversi dossier delicati. Ha svolto un ruolo strategico aiutando l’Eni nel momento peggiore della crisi della controllata Saipem con una discussa “operazione di sistema”. Ha offerto una spalla al fondo per i salvataggi bancari Atlante subendo pesanti svalutazioni. Due operazioni, quella su Saipem e su Atlante, che poi il governo ha compensato rafforzando il patrimonio della Cassa con il conferimento del 35% di Poste italiane che in precedenza era nelle mani del Tesoro. Il governo però vorrebbe ancora di più dalla Cassa. E lo stesso Renzi aveva progetti di ben più ampio respiro il gruppo che ha sempre immaginato come longa manus dello Stato.

Lo racconta nel suo libro Avanti in cui accenna indirettamente al progetto Capricorn, un piano per l’abbattimento del debito pubblico grazie ad un’ “operazione sul patrimonio che la Cassa Depositi e Prestiti e il ministero dell’Economia e delle Finanze hanno già studiato, sebbene debba essere perfezionata”. Di che cosa si tratta esattamente? Di un piano taglia-debito che passa per il conferimento alla Cdp delle maggiori aziende controllate dal Mef (Enel, Eni e Poste) per poi procedere successivamente alla quotazione della Cassa.

Con una mossa simile, il Tesoro allungherebbe la catena di controllo delle partecipate, ne manterrebbe il controllo (magari anche con poteri speciali rafforzati) e intascherebbe almeno una trentina di miliardi. Non si tratta di una soluzione definitiva ai 2.200 miliardi di debiti del Paese. Tuttavia, secondo Renzi, Capricorn è una leva fondamentale per poter trattare con Bruxelles. Ma, secondo il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, il progetto è ormai un tema “per la prossima legislatura”. Non come la nomina dei nuovi vertici di Cassa Depositi e prestiti che potrebbe toccare al governo Gentiloni. Non senza il benestare anche delle Fondazioni che, attraverso Guzzetti, hanno espresso “pieno sostegno a Gallia e Costamagna” con una “positiva valutazione dell’operato di Cdp”. Segno che la partita sul futuro della cassaforte dei risparmi postali è ancora tutta da giocare.