La Cassa Depositi e Prestiti è una banca o la longa manus del governo? Se lo chiedeva a febbraio la Corte dei Conti che evidenziava la necessità di definire la nuova “mission industriale” della società pubblica che gestisce 250 miliardi di risparmi postali degli italiani. Alla luce degli ultimi fatti di cronaca, l’ago della bilancia pende per la seconda opzione, quella che assegna alla Cdp il ruolo di nuovo braccio finanziario della politica industriale dell’esecutivo. Lo testimonia il fatto che Matteo Renzi abbia fatto carte false per sostituire il presidente, Franco Bassanini, facendo spazio all’ex banchiere Goldman Sachs e attuale presidente di Salini-Impregilo, Claudio Costamagna, in passato fra gli ospiti del panfilo Britannia su cui negli anni ’90 si decisero le privatizzazioni dei gioielli di Stato italiani.

Per arrivare alla nomina di Costamagna, Renzi è dovuto scendere a patti con le Fondazioni bancarie socie di minoranza della Cassa e con il grande vecchio della finanza italiana, il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, che fino all’ultimo, ha sostenuto Bassanini. Dopo un lungo tira e molla, per raggiungere il suo obiettivo il governo si è visto costretto ad assicurare alle Fondazioni i dividendi futuri legati all’investimento in Cdp (circa il 18%). Con questo impegno, il governo è riuscito così finalmente ad imporre il nome del suo candidato per la successione alla presidenza, poltrona che per statuto è riservata agli enti. Renzi ha anche “promosso” Bassanini a suo consigliere personale per la fibra pur di convincerlo a farsi da parte. “Serve subito che parta il piano banda ultralarga del governo. Non perdiamo altro tempo!”, ha twittato Bassanini tentando di smorzare i toni relativi alla difficile trattativa che ha portato al suo addio alla Cdp.

L’ex ministro “si è dichiarato disponibile a favorire” il processo “di rinnovamento” della Cassa Depositi e Prestiti come ha chiarito una nota di Palazzo Chigi evidenziando che Bassanini assicurerà “la continuità della rappresentanza istituzionale di Cdp fino alla elezione del nuovo presidente”. Il ricambio ai vertici della Cassa Depositi e prestiti avverrà quindi in maniera soft, come sin dall’inizio voleva Renzi che pure aveva minacciato le dimissioni in blocco dei consiglieri indicati dal ministero dell’Economia facendo decadere il cda e decapitando di conseguenza anche i vertici. Il ricambio alla guida della Cdp era del resto necessario “per motivi tecnici” come aveva spiegato nei giorni scorsi il premier dal salotto televisivo di Bruno Vespa, Porta a Porta.

Quali siano le ragioni tecniche del ricambio, il premier in un certo senso lo spiega nella nota che formalizza il ribaltone: “L’Italia si trova oggi a un passaggio decisivo per la ripresa – si legge – Le riforme strutturali, l’attrazione degli investimenti e una politica di bilancio basata sul taglio delle tasse sul lavoro stanno riportando il Paese alla crescita. In questo contesto il rafforzamento del ruolo di Cdp risulta ancora più cruciale. Ho parlato col presidente Bassanini dell’esigenza – avvertita dal governo e dalle Fondazioni bancarie – che tale processo sia accompagnato da una riflessione più ampia sulla governance della Cassa”.

Con l’uscita di scena di Bassanini si aprirà dunque la “riflessione renziana” che per un soffio non ha portato la Cdp ad una sorta di commissariamento con l’allargamento del consiglio di amministrazione della cassa attraverso l’innesto di uomini di fiducia del governo. La nuova fase promette di essere foriera di ulteriori novità per i massimi vertici della Cdp: Renzi vorrebbe infatti sostituire l’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, la cui uscita di scena rischia però di costare cara alle casse pubbliche e di finire persino nel mirino della Corte dei Conti. Per l’avvicendamento, c’è già pronto l’attuale ad della Bnl, Fabio Gallia, citato in giudizio dai magistrati di Trani per presunta truffa nella vendita di prodotti derivati. Per favorire l’arrivo del manager, il governo dovrà tuttavia prevedere la modifica del regolamento della Cdp che esclude la possibilità di nomina nel caso di rinvio a giudizio. L’operazione non spaventa certo il premier rottamatore, ma non giocherà a favore della sua popolarità, ormai sui minimi.

Infine, l’intera svolta dirigista renziana sulla Cassa è anche già finita sorvegliata speciale di Bruxelles. Secondo quanto riferito da La Repubblica, l’ufficio statistico europeo osserva da vicino la società pubblica partecipata dalle Fondazioni (18%). “Analizzino continuamente le attività di Cdp in modo da assicurare che siano tutte svolte in condizioni di mercato“, hanno spiegato fonti Eurostat che attendono di vedere quali saranno i risvolti della scelta di Cdp di investire nel fondo salva-imprese, il nuovo strumento con cui il governo vuole intervenire in aziende in difficoltà come l’Ilva di Taranto. L’Unione teme infatti che Cdp, finora, al pari della francese Caisse des depots e della tedesca Kfw, ritenuta un soggetto privato con precisi obiettivi di reddività, possa trasformarsi in una sorta di nuova Iri. L’idea, che non piace alle Fondazioni, potrebbe essere una vera e propria bomba ad orologeria per i conti pubblici dal momento che Eurostat potrebbe chiedere all’Italia di inserire la sua attività nel perimetro della pubblica amministrazione. Così il rinnovamento della Cdp voluto da Renzi non solo metterebbe a rischio la redditività della società, ma i 250 miliardi di risparmio postale, che costituiscono il suo capitale, verrebbero conteggiati nel debito pubblico.