A neanche un anno di distanza dal lancio, il fondo Atlante è sostanzialmente al capolinea e il suo ideatore, nonché gestore – l’economista-editorialista Alessandro Penati – è costretto ad ammettere a denti stretti il fallimento, rovesciando tutte le colpe sugli investitori e sulla loro scarsa lungimiranza. E sull’assenza di un interlocutore, leggasi governo. Atlante è stato lanciato in pompa magna nell’aprile 2016 con il duplice obiettivo di intervenire a sostegno degli aumenti di capitale delle banche italiane in difficoltà e di creare un mercato delle sofferenze bancarie cercando di alzare l’asticella delle valutazioni un bel po’ al di sopra di quel 20% che gli operatori specializzati erano e sono disposti a pagare. Questi gli obiettivi dichiarati. In realtà, come più volte scritto su questo giornale, la ragion d’essere del fondo era una e una sola: evitare a qualunque costo che dopo Popolare Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara altre banche – di ben maggiori dimensioni – finissero in risoluzione innescando una crisi di sfiducia a cascata rovinosa per l’intero sistema bancario. In sostanza si trattava di tamponare le falle e comperare tempo in attesa che il peggio passasse. Lo Stato non poteva intervenire nel capitale delle banche senza scatenare polemiche e, soprattutto, senza violare le regole europee. Così è stato messo in piedi uno strumento formalmente privato, ma con forte presenza di capitali pubblici (Cassa depositi e prestiti è tra i maggiori sottoscrittori di Atlante), votato a fare quello che lo Stato non poteva fare.

Che l’investimento fosse a perdere era cosa nota fin dall’inizio a tutti, tranne che forse a Penati che oggi recrimina contro le banche che, come Unicredit e IntesaSanpaolo, correttamente hanno deciso di svalutare l’investimento in Atlante: “La svalutazione è una cosa che mi fa imbestialire: investi in una banca fallita e dopo sei mesi… Innanzitutto, vediamo quanto vale tra tre anni”, dice il gestore tacciando i suoi investitori di “lungimiranza pari a zero”.

Certo è che da quando si è imbarcato in quest’avventura indossando i panni del salvatore della Patria, Penati ha sistematicamente sopravvalutato se stesso, la sua capacità di presuasione e le condizioni di mercato: lo si è visto chiaramente in occasione degli aumenti di capitale delle due popolari venete (la Vicenza e Veneto Banca) in cui il fondo ha scelto di intervenire immaginando di coprire solo una quota e ritrovandosi poi a dover sottoscrivere integralmente l’aumento. Con l’intervento nelle due popolari il fondo – che aveva raccolto tra i sottoscrittori appena 3,5 miliardi a fronte di una previsione ben superiore – ha sostanzialmente esaurito le munizioni e ha dovuto varare un nuovo fondo per poter operare sulle sofferenze bancarie che ha raccolto ancor meno entusiastiche adesioni (le sottoscrizioni si sono fermate a quota 1,7 miliardi di cui una parte rinvenienti dalla dotazione iniziale dello stesso fondo Atlante 1). Ora Penati, che si dichiara personalmente deluso e amareggiato e “scettico” sulla possibilità di creare un mercato dei crediti deteriorati in Italia, è pronto a invocare l’intervento dello Stato nel capitale delle due banche venete che si avviano alla fusione, pretendendo comunque per sé e per il suo fondo il ruolo guida: quello dello Stato deve essere un “intervento temporaneo in minoranza per permettere di eseguire un piano e dare garanzie alla Bce. Quello che vuole Francoforte è la garanzia che il piano sia totalmente finanziato sin dall’inizio e abbia altissime probabilità di successo. Per questo noi dobbiamo restare azionisti e rimanere al controllo”.

Insomma, i disastri di questi mesi non sembrano aver insegnato nulla al professore che si spinge a dire: “se il piano va in porto e funziona, e ho ragione di credere che andrà in porto, la ristrutturazione sarà la prima fusione autorizzata dalla Bce” per due banche quasi in risoluzione e “se la chiudiamo per inizio settembre abbiamo in nove mesi due ristrutturazioni e due bad company. Una fusione in un anno credo sia un record”. Peccato ancora una volta che si continuino a fare i conti senza l’oste, chiedendo di buttare altri miliardi di euro nella fornace di due banche incapaci di stare in piedi con le proprie forze, al punto che addirittura potrebbero venire anche meno i presupposti di una ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato (chi ha visto i conti delle due banche? Quali sono i ratios patrimoniali attuali? Siamo sicuri che sia rispettato il presupposto della continuità aziendale?) e per le due banche si arriverebbe al bail in con un anno di ritardo e molti miliardi in più bruciati sull’altare della vanità di Penati, il quale ormai vaneggia: “con 4 miliardi in più a luglio 2017 avremmo risolto tutte le crisi bancarie – dice – e sarebbe stato molto meno di quanto le banche hanno pagato per Etruria Marche e le altre”.

Lui, il geniale gestore di Atlante, non si assume neanche mezza responsabilità in questo colossale fallimento e aggiunge: “Manca una strategia chiara, si reagisce a seguito di un’emergenza. Abbiamo creato un fondo senza risorse che doveva avere 40mila obiettivi. Detto questo, il mio problema è stato l’assenza di un interlocutore”. Cioè l’assenza del governo. Non male detto da un signore che per quasi un anno ha fatto finta di gestire un fondo privato a evidente indirizzo pubblico e ora pretende l’intervento diretto dello Stato nelle banche che il suo fondo controlla quasi al 100% e intende continuare a controllare.

In tutto questo, va dato atto alla lungimiranza delle Casse previdenziali che – nonostante le fortissime pressioni del governo Renzi – si sono rifiutate di mettere i soldi delle pensioni dei loro iscritti in quel fallimento che si è dimostrato essere il fondo Atlante. E per concludere resta una domanda: la Cassa depositi e prestiti ha svalutato o no il suo investimento nel fondo?