È necessario “valutare eventuali profili di incompatibilità ambientale o funzionale” a carico dei vertici del tribunale e della procura di Siena. Lo sostiene Pierantonio Zanettin, membro laico del Consiglio superiore della magistratura, che ha chiesto al Comitato di presidenza l’apertura di una pratica in Prima commissione, cioè quella disciplinare, nei confronti dei magistrati che indagarono sulla morte di David Rossi, responsabile comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. E non sarebbe la prima volta, visto che la stessa commissione ha già vagliato nel 2016 la posizione del pm Nicola Marini e in questi giorni sta valutando quella dell’aggiunto Aldo Natalini, entrambi impegnati in passato nelle indagini su Rossi.

L’iniziativa del consigliere in quota Forza Italia nasce a seguito della puntata delle Iene della scorsa domenica dedicata alla morte di Rossi e in particolare all’intervista di Lorenza Pieraccini, ex segretaria dell’ad di Mps Fabrizio Viola, che ha affermato di non essere stata mai ascoltata dalla procura di Siena “nonostante pare evidente avesse molto da dire”, scrive Zanettin. Nell’archiviazione dell’inchiesta per istigazione al suicidio disposta dal gip del tribunale di Siena lo scorso luglio, tra l’altro, Pieraccini viene citata tra le persone ascoltate, pur non essendolo mai stata.

Un “errore materiale”, secondo la difesa di Antonella Tognazzi, moglie di Rossi, che potrebbe spingere a una nuova riapertura del caso. Dopo le prime puntate dedicate alla morte del braccio destro di Giuseppe Mussari, precipitato dalla finestra del suo studio a Rocca Salimbeni la sera del 6 marzo 2013 in piena bufera per l’acquisizione di Antonveneta, per “difendersi dalle critiche della stampa”, il presidente del tribunale Carrelli Palombi e il procuratore Salvatore Vitello in un comunicato stampa del 25 ottobre scorso “avevano viceversa puntualizzato” che la testimonianza della segretaria di Viola “non avrebbe aggiunto alcunché al quadro probatorio ‘già cristallizzato’. Tuttavia il servizio delle Iene – sostiene ancora Zanettin – dimostra esattamente il contrario”.

La diffusione di una nota pubblica – iniziativa senza precedenti – si era trasformata quasi un autogol. Nel testo, infatti, ci sono diversi passaggi che fanno comprendere come non sia stata seguita la procedura standard della polizia scientifica: sequestrare ogni elemento, repertarlo, analizzarlo e conservarlo. Si ammette, inoltre, di aver agito sulla base di una convinzione non suffragata dall’inchiesta ma semplicemente da una deduzione, sensazione avuta nell’immediato, prima ancora di svolgere le indagini. La convinzione che si trattasse di suicidio.

Per questo, scrivono, non hanno sequestrato tutti i reperti, non hanno ritenuto necessario analizzare vestiti, sette fazzoletti di carta sporchi di sangue, non hanno infilato in un sacchetto di plastica il cellulare ma lo hanno usato anche per rispondere a una chiamata (risulta dalle carte: quando gli inquirenti erano nell’ufficio di Rossi subito dopo la sua morte, qualcuno di loro risponde per 23 secondi a Daniela Santanché) e altre diverse mosse ‘maldestre’, come sottolineato da Ilfattoquotidiano.it.  Adesso Zanettin chiede di vederci chiaro, a un anno di distanza da quando fu proprio il Csm a trasmettere gli atti alla procura generale della Cassazione dopo una denuncia dell’Adusbef, dichiarandosi non competente poiché non vi erano provvedimenti di competenza da adottare.

Vitello, tra l’altro, era già stato sentito dalla Prima commissione del Csm nel marzo 2016 per un procedimento avviato nei confronti del sostituto procuratore Nicola Marini, titolare della prima indagine sulla morte di Rossi con l’aggiunto Aldo Natalini. E la stessa commissione sta valutando in questi giorni la posizione di Natalini in merito alla mancata analisi dei fazzoletti sporchi di sangue e degli altri reperti, nonché della loro distruzione avvenuta prima della disposizione da parte del gip dell’archiviazione o di un eventuale supplemento d’indagine.