I pensionati italiani dovranno accontentarsi del bonus Poletti. La Corte costituzionale ha infatti bocciato i ricorsi contro il decreto con cui nel maggio 2015 il governo Renzi ha concesso una restituzione solo parziale dei soldi persi a causa della mancata rivalutazione degli assegni pensionistici, decisa nel 2011 dall’allora ministro Elsa Fornero (governo Monti) e dichiarata incostituzionale dalla stessa Consulta. La motivazione è che secondo la Corte “la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto legge n. 65 del 2015 realizza un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica“. Tra i giudici costituzionali siedono oggi anche Augusto Barbera e Giulio Prosperetti, che nel 2015 – da docenti universitari – criticarono la sentenza sul blocco delle perequazioni per il suo impatto sui conti pubblici e il presunto conflitto con l’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio. Secondo il governo, una bocciatura avrebbe significato dover trovare circa 30 miliardi,

Il decreto Poletti: rimborsi parziali solo a chi prende fino a 6 volte il minimo – Per correre ai ripari senza esborsi eccessivi per le casse pubbliche, l’esecutivo guidato dal segretario Pd aveva deciso che non tutti i pensionati danneggiati dal blocco delle perequazioni per biennio 2012-2013 sarebbero stati compensati per il potere d’acquisto perso, nonostante la Consulta avesse sancito che il loro “diritto, costituzionalmente fondato”, a una “prestazione previdenziale adeguata” era stato “irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”. Il bonus consisteva infatti in rimborsi parziali e graduali (tra i 278 e i 750 euro) solo per i pensionati con assegni fino a 6 volte il minimo Inps. Il rimborso previsto è stato del 100% per gli assegni fino a 1.500 euro, del 40% tra 3 e 4 volte il minimo, del 20% tra il 4 e il 5 e del 10% tra 5 e 6 volte. Nessuna compensazione era prevista oltre questo tetto. La misura è costata allo Stato poco meno di 3 miliardi di euro, contro i 30 miliardi stimati nelle relazioni tecniche che accompagnavano il decreto e il disegno di legge di conversione come costo della rivalutazione integrale di tutti i trattamenti.

Il legale dei ricorrenti: “Colpiti 6 milioni di pensionati” – Le questioni poste alla Corte Costituzionale in 15 diverse ordinanze provenienti da diversi tribunali, più una dalla Corte dei Conti, riguardavano appunto l’esclusione dalla rivalutazione per chi ha assegni 6 volte il minimo e la rivalutazione non integrale per gli altri trattamenti. Relatrice della causa è stata la giudice costituzionale Silvana Sciarra, la stessa del 2015. L’udienza si è svolta martedì, con tempi contingentati: ai singoli avvocati delle parti è stato consentito di parlare per non più di 5 minuti a testa. L’avvocato Riccardo Troiano, che insieme ad altri legali ha rappresentato la difesa dei ricorrenti, ha detto che il decreto di Poletti “non ha rispettato la sentenza della Corte Costituzionale del 2015” sulla stessa materia “o lo ha fatto solo formalmente: sono circa 6 milioni i pensionati colpiti dal provvedimento”. “La Corte Costituzionale – ha aggiunto l’avvocato Corrado Scivoletto – ha detto che provvedimenti di questa natura devono essere eccezionali, transeunti e motivati da una specifica finalità, che qui non si ravvisa, mentre gli effetti del decreto si dispiegano nel tempo”.

Avvocato dello Stato: “Rimborso parziale per non sforare il tetto al deficit/pil” – Nella causa si sono costituite l’Inps e la Presidenza del Consiglio dei ministri. L’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri ha difeso il decreto per conto della Presidenza del Consiglio sostenendo che è stato impostato in modo da “consentire di non sforare il limite del 3% imposto da Maastricht e di evitare una possibile procedura di infrazione europea”. Citando la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, “quindi un organismo indipendente”, Palmieri ha affermato che “l’intervento del decreto limita l’entità dei rimborsi rispetto alla sentenza a una spesa pari allo 0,13% del Pil nel 2015 e allo 0,03% negli anni successivi” e questo “consente di ricondurre l’indebitamento tendenziale a valori prossimi a quelli del Def, in particolare il rapporto deficit/Pil“.