In molti lo avevano sottovalutato. Eppure, Nicolas Maduro, quest’omone imponente, pura stoffa di proletario, scelto da Chavez per passare dalla guida degli autobus a quella della politica estera venezuelana e poi come successore al seggio presidenziale, ha dimostrato di avere buone capacità politiche. Ciò che più conta, tutto il Psuv e il movimento chavista hanno ritrovato, grazie alla sua leadership, una sostanziale unità e la forza di recuperare un consenso maggioritario nel Paese, disinnescando il tentativo di guerra civile messo in atto dalla destra.

Nei confronti di quest’ultima, Maduro e il Psuv hanno posto in atto un’accorta strategia composta da un’inflessibile lotta al terrorismo e alle dimostrazioni di piazza violente da un lato e dall’apertura nei confronti dei settori disposti ad accettare il quadro costituzionale vigente, partecipando alle elezioni regionali che si sono tenute domenica scorsa, dall’altro. Tali elezioni hanno segnato un momento decisivo, di chiusura definitiva di una fase contrassegnata da un duro scontro tra opposizione e chavismo, che aveva prodotto a un certo punto quella che sembrava una scissione all’interno di quest’ultimo campo, con la defezione dell’Ortega Diaz e del suo gruppo. Divisione che l’accorta politica di Maduro è riuscita a superare, recuperando i consensi perduti alle elezioni politiche del dicembre 2015.

E’ stato in questo senso decisivo il progetto di Assemblea costituente volto a recuperare la partecipazione democratica popolare che, per varie ragioni, si era andata affievolendo. Il successo delle elezioni di tale Assemblea metteva in campo un nuovo soggetto istituzionale che ancora deve esprimere tutte le proprie notevoli potenzialità per il rinnovamento del Paese. In questo senso appare importante la recente proposta di Maduro di aprire l’Assemblea alla partecipazione dell’opposizione che non aveva partecipato al voto di fine luglio. Un nuovo segno di dialogo nell’interesse dell’unità nazionale, della pace interna e del popolo venezolano nel suo complesso. Le sfide che Assemblea costituente e governo venezuelano si trovano di fronte sono tuttora aperte. Lotta alla corruzione, che pure ha segnato qualche successo ma deve continuare senza guardare in faccia a nessuno. Lotta alla criminalità, spesso intrecciata con il terrorismo della destra anche grazie all’apporto dei paramilitari colombiani attivissimi in varie imprese illecite oltre che nella repressione sanguinosa del movimento popolare in Colombia e pronti a fornire la manodopera per omicidi politici e attentati di vario genere.

Lotta per il controllo popolare sulla distribuzione dei beni di prima necessità, a partire da alimenti e medicinali, che pure ha segnato qualche passo avanti con il varo delle leggi volte a rafforzare il ruolo dei Comitati di base per l’approvvigionamento (Clap). Lotta per la differenziazione del modello di sviluppo con attenuazione della dipendenza dal modello estrattivo, in campo sia petrolifero che minerario. Forse, il fronte più difficile è quello dove continuano a registrarsi pericolosi ritardi, spiegabili in parte con la necessità di assicurare comunque al Paese la valuta per sopravvivere e, purtroppo, pagare i suoi inflessibili creditori.

Molto importante è stata anche l’iniziativa sul piano della politica estera. Nonostante l’ondata reazionaria che ha scosso negli ultimi tempi vari Paesi latinoamericani, portando al potere personaggi improbabili come Michel Temer in Brasile e Mauricio Macri in Argentina, e nonostante la caparbia opera di un imperialista come Luis Almagro alla testa dell’Organizzazione degli Stati americani (Oas), è sostanzialmente fallito il tentativo di isolare sul piano internazionale il Paese, dipingendo Maduro come un feroce dittatore.

Paradossale il fatto che tra i protagonisti di tale tentativo vi sia il neofranchista Mariano Rajoy, che ha mandato le sue truppe a manganellare i pacifici catalani che volevano solo esercitare un diritto di voto democratico. Eppure i pericoli esistenti a livello internazionale non vanno sottovalutati, dato l’evidente interesse degli Stati Uniti e in particolare degli interessi petroliferi legati al Capo del Dipartimento di Stato Tillerson e per suo tramite a Trump, di continuare l’opera di destabilizzazione del Venezuela minacciando l’intervento armato diretto.

Una forte autocritica dovrebbe compiere in tale quadro la stampa internazionale mainstream, che si è rivelata vittima delle proprie farneticazioni al punto che El Pais, in prima linea nell’offensiva contro Maduro, è giunto a biasimare pubblicamente quella parte, maggioritaria, dell’opposizione, che ha accettato il confronto elettorale con i chavisti alle elezioni regionali. Esprimendosi in modo molto netto domenica (ben 17 regioni alla maggioranza contro 5 all’opposizione) – risultati che l’opposizione contesta duramente denunciando brogli, ma ciò appare in evidente contraddizione con le dichiarazioni distensive rese dai principali leader dell’opposizione durante lo svolgimento del voto e con la pubblicazione di un documento che certifica la correttezza della procedura firmato anche dai rappresentanti di lista dell’opposizione – il popolo venezuelano ha espresso nel complesso la propria fiducia nei confronti di Maduro e del chavismo (risultato tanto più notevole se pensiamo che Maduro aveva contro circa il 70% dei media tradizionali e pressoché la totalità dei social media), chiarendo allo stesso modo una volta per tutte che risulta del tutto improprio parlare di dittatura. Si tratta, invece, di un originale esperimento democratico cui occorrerà continuare a guardare con interesse e rispetto da parte di tutti.