Il piccolo Davide che sconfigge Golia. Così si deve essere sentita Marie Collins, l’ex vittima di abusi sessuali da parte di un prete, che alcuni mesi fa ha sbattuto la porta lasciando la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. La donna irlandese, dimettendosi dall’incarico ricevuto da Papa Francesco, aveva puntato il dito proprio contro l’ormai ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, reo secondo la Collins di aver ostacolato la grande mole di lavoro messa in atto per contrastare finalmente la pedofilia del clero.

Emblematico fu allora il commento del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, alle dimissioni della donna. “Ci sono stati alcuni episodi – disse il porporato – che hanno portato la signora Collins a questo passo: per quello che io conosco lei li ha interpretati così, e ha sentito che l’unica maniera di reagire, anche un po’ per ‘scuotere l’albero’, era quella di dare le dimissioni”. E, infatti, l’albero è stato davvero scosso: in tre giorni sono saltati dai loro incarichi nella Curia romana due dei più importanti capi dicastero. Quarantotto ore prima del licenziamento di Müller era stato “congedato” anche il cardinale George Pell dal ruolo di prefetto della Segreteria per l’economia per poter andare in Australia a difendersi davanti ai magistrati del suo Paese che lo accusano di pedofilia e stupri.

“Il genio femminile” celebrato da san Giovanni Paolo II sta prendendo piede nel governo centrale della Chiesa cattolica grazie a Francesco. Nessuno mai avrebbe immaginato fino a pochi giorni fa che una donna vittima di abusi sessuali, che ha sempre dimostrato grande saggezza, avrebbe sconfitto il prefetto dell’ex Sant’Uffizio curatore, tra l’altro, dell’Opera Omnia di Benedetto XVI. È il segno che con Bergoglio gli ultimi iniziano davvero a diventare primi. E questo non in nome di un’operazione maquillage, ma grazie al radicale lavoro di tolleranza zero nella pedofilia voluto dal Papa e portato avanti con determinazione dalla Collins insieme al cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley che presiede la Pontificia Commissione per la tutela dei minori.

Prima della donna irlandese, anche l’altra vittima presente nell’organismo vaticano, Peter Saunders, era andato via sbattendo la porta. Un vero e proprio aut aut: se si vuole cambiare davvero la politica omertosa sugli abusi sessuali nella Chiesa dopo decenni di silenzio complice e migliaia di preti pedofili coperti e spostati di parrocchia in parrocchia è tempo di far cadere le teste di coloro che continuano a minimizzare questa terribile ed enorme piaga mondiale, rallentando e perfino occultando le accuse pesantissime delle vittime. È in gioco la credibilità della Chiesa cattolica e quindi il suo futuro. Non si può rispondere agli abusi soltanto con le parole, le richieste di scusa, le lacrime, gli abbracci alle vittime che spesso hanno ricevuto tante porte in faccia dai loro vescovi prima di essere accolte, ascoltate e credute.

Francesco lo sa e con queste due mosse chiave, compiute in appena tre giorni, vuole invertire la rotta di una Chiesa omertosa e complice degli abusi. Va dato atto a Benedetto XVI di aver intrapreso questa non facile lotta alla pedofilia e di essere stato il primo Pontefice a incontrare alcune vittime degli abusi nei suoi viaggi internazionali. Già da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede aveva compreso, denunciandola pubblicamente, “quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui”. “Davanti a Dio e al suo popolo – gli ha fatto eco Francesco parlando ad alcune vittime – sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini di abuso sessuale commessi da membri del clero nei vostri confronti e umilmente chiedo perdono”.

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