Il settimanale americano Time nel 2016 l’ha inserita nella lista delle 100 persone più influenti del mondo, i suoi libri hanno venduto milioni di copie, facendola diventare un vero e proprio caso letterario soprattutto negli Stati Uniti, e il primo romanzo della sua tetralogia L’amica geniale diventerà presto una serie tv. In un’intervista al New York Times, Elena Ferrante parla della serie targata Rai e Hbo, diretta da Saverio Costanzo e ancora in fase di pre-produzione. Il passaggio dalla carta stampata al piccolo schermo è un “cambiamento radicale”, ammette la Ferrante, pseudonimo di un’autrice la cui vera identità continua a restare un mistero, nonostante le numerose speculazioni e l’inchiesta che l’ha identificata come la traduttrice di origini polacche Anita Raja. I personaggi e il quartiere napoletano “lasciano il mondo dei lettori per entrare in quello molto più vasto dei telespettatori, incontrano persone che non hanno mai letto di loro e che per circostanze sociali o per scelta non l’avrebbero mai fatto. È un processo che mi intriga”.

La scrittrice non sta collaborando attivamente alla stesura della sceneggiatura: “Non ho le capacità tecniche per farlo – ammette – ma sto leggendo tutti i testi e mandando note dettagliate. Non so – prosegue l’autrice – se ne terranno conto. È molto probabile che le useranno più avanti, nell’ultima versione del copione”. Ferrante non partecipa neanche ai casting delle due protagoniste, ma non è preoccupata alla prospettiva che le Lila e Lenù del piccolo schermo non rispecchino del tutto la descrizione fatta nei romanzi, perché “nessuna persona reale combacerà mai con l’immagine che io o un lettore abbiamo in mente”. “Questo – aggiunge l’autrice – è perché la parola scritta ovviamente definisce ma per la sua natura lascia molto all’immaginazione del lettore. L’immagine visiva invece (…) è destinata a escludere sempre qualcosa che le parole ispirano”.

I produttori – Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e Domenico Procacci per Fandango – non stanno cercando veri attori per le due piccole protagoniste, ma bambini dilettanti dei quartieri più poveri di Napoli, per dare più realismo ai personaggi. Una scelta forse rischiosa, fa notare il giornalista Jason Horowitz, ma con la quale Ferrante sembra essere d’accordo, perché “i bambini attori ritraggono i bambini come gli adulti immaginano che dovrebbero essere”, mentre “i bambini che non sono attori hanno qualche possibilità di uscire dallo stereotipo, specialmente se il regista è capace di trovare il giusto equilibrio tra realtà e finzione”.

“Le città non hanno un’energia propria“, spiega Ferrante quando Horowitz le chiede se spera che la serie trasmetta un’immagine di Napoli diversa rispetto a quella offerta da Gomorra. “Deriva dalla densità della loro storia, dal potere della loro letteratura e delle loro arti, dalla ricchezza emozionale degli eventi umani che vi hanno luogo. Spero che il racconto visivo provocherà emozioni autentiche, sentimenti complessi e anche contraddittori. È questo che ci fa innamorare delle città”.

Certo, Ferrante si aspetta una certa fedeltà al romanzo, o quantomeno che “ci sia compatibilmente con le necessità del racconto visuale, che usa differenti strumenti per ottenere gli stessi effetti”. La Hbo è la stessa rete di Game of Thrones. Ferrante si aspetta che L’amica geniale diventi un nuovo fenomeno globale, “un Trono di spade italiano”? No, perché “sfortunatamente” il suo romanzo “non offre lo stesso tipo di snodi narrativi”.

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