Carcere a vita per Simone Pepe, il giovane che nel 2012 a Oppido Mamertina ha dato in pasto ai maiali il boss Francesco Raccosta. È la richiesta dalla Procura alla Corte d’Assise di Reggio Calabria al termine del processo “Erinni” contro la cosca “Mazzagatti”. Il boss ucciso era stato preso a bastonate e, agonizzante, gettato nella porcilaia dove una scrofa lo ha divorato mentre era ancora vivo. I carabinieri erano riusciti a ricostruire il delitto, maturato nell’ambito della faida di ‘ndrangheta tra i Ferraro-Raccosta e i Polimeni-Mazzagatti-Bonarrigo, grazie a un’intercettazione ambientale registrata all’interno dell’auto di Simone Pepe, un giovane romano originario di Oppido Mamertina. Quello che, fino ad allora, era considerato un caso di “lupara bianca”, è così diventato uno degli omicidi più efferati commessi negli ultimi anni in Calabria.

Il boss Raccosta, infatti, scomparve il 13 marzo 2012 con Carmine Putrino. “E’ stata una soddisfazione sentirlo strillare. Mamma mia come strillava. Io non ho visto un cazzo… loro dicono che rimane qualcosa… io alla fine non ho visto niente… per me non è rimasto niente…. Ho detto no, come mangia sto maiale!”. È la frase pronunciata da Pepe (a cui la Procura contesta anche altri omicidi) mentre raccontava a un amico come ha vendicato la morte del patrigno Domenico Bonarrigo, ucciso poche settimane prima. Ritornando al processo “Erinni”, al termine della requisitoria, il sostituto procuratore Giulia Pantano ha chiesto la condanna all’ergastolo per altri quattro soggetti vicini alla cosca di Oppido Mamertina. Per tutti gli altri imputati, infine, sono state chieste condanne dai 6 ai 28 anni di carcere. Oltre agli omicidi, infatti, la Dda è riuscita a smascherare i molteplici interessi della cosca Mazzagatti a Roma.

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