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Un’altra notizia bellissima per chiunque lotti per la giustizia ambientale, in qualsiasi parte del pianeta.

Il Keystone Pipeline è stato finalmente bocciato dall’amministrazione Obama. L’oleodotto della nostra discordia, 1179 miglia che avrebbero dovuto trasportare 830 mila barili di petrolio derivante dal bitume delle tar sands del Canada ogni santo giorno da Calgary fino a Houston non s’avrà da fare.

Perché? Perché costruirlo, ed estrarre il petrolio che dovrà trasportare, peggiorerà i cambiamenti climatici. Questo è il verdetto finale del presidente Obama. E’ una vittoria storica, per la portata del progetto, per la persistenza dei petrolieri, per le proteste che si sono susseguite nel corso degli anni e  perché è arrivato addirittura il veto presidenziale.

Non era mai successo prima che il presidente degli Stati Uniti d’America rigettasse un opera petrolifera di questa portata per evitare di immettere altra Co2 in atmosfera. Mai. La battaglia di Keystone è una vittoria di tutti che nasce quasi disperata sette anni fa, nel 2008. Come per tanti progetti petroliferi era tutto già programmato, e si pensava che ottenere i permessi sarebbe stato facile. Nessuno sapeva niente delle tar sands del Canada.

E invece, giorno dopo giorno, protesta dopo protesta, siamo arrivati fin qui. Non ci si è arresi mai e man mano che aumentava la presa di coscienza si sono moltipilicate le manifestazioni di contrarietà a Keystone: dalle comunità indigene del Canada, ai contadini del Nebraska, ai ranchers del South Dakota, agli attivisti di New York, coinvolgendo studenti, suore, scienziati, scrittori. E anche chi viveva lontano ha mandato lettere di protesta, ha organizzato sit-in nelle principali città americane e canadesi, nelle università, ha fatto circolare video e petizioni on line.

Alla fine, Keystone è diventato un simbolo: attivisti e ambiente contro petrolieri e politici. Abbiamo vinto noi.

Ed è qui il segreto della vittoria, io credo, che si tratti di Keystone in Texas o di Arborea in Sardegna, di Ortona e Bomba in Abruzzo, o del parco del Curone in Lombardia: un movimento diffuso, informato, dal basso, che si attiva, si arrabbia con intelligenza, protesta, e che esige ogni giorno che i beni comuni vengano rispettati, senza compromessi. E certo non guasta che Obama vuole lasciare il suo mandato presidenziale con un forte segnale sulla necessità di fermare i cambiamenti climatici. O che il nuovo primo ministro canadese, Justin Trudeau, sia molto meno agguerrito sulla “necessità” di costruire Keystone rispetto al suo predecessore Stephen Harper. Obama non è sempre stato coerente nel suo ambientalismo, ma questa volta ha fatto la cosa giusta e non si è piegato agli onnipresenti lobbisti.

Keystone è morto e questo deve darci fiducia. Sono sicura che ci saranno altre vittorie magiche di questo tipo e che quello che adesso ci sembra speciale e difficile, diventerà sempre più comune, anche in Italia. Abbiamo internet, abbiamo esempi virtuosi, sappiamo sfatare le petrol-bugie e sappiamo tutti qual è la cosa giusta: lasciare il petrolio sottoterra e correre più veloci che possiamo verso un futuro fatto il 100% rinnovabili perché di pianeta ne abbiamo uno solo.

Il 9 Novembre 2015 si decideranno le sorti di Ombrina Mare, il mio tormento personale dal 2008. Spero che come Keystone verrà bocciata e che i nostri politici abbiano un cuore, una mente, un amore di democrazia, più grande che quelle quattro goccie di petorlio scadente sotto il mare Adriatico.

L’ingegno umano è molto più grande dei buchi sottoterra, e se abbiamo messo un uomo sulla Luna, possiamo anche portare il sole nelle case di tutti.

Qui le immagini di Keystone e delle proteste degli scorsi anni.

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