In prossimità delle elezioni greche, infatti, come si schiererà la sinistra e il suo “popolo”? A fianco di Tsipras in nome del “meno peggio” e, in fondo, della bontà del suo tentativo di limitare i danni e di tenere aperta la strada della riformabilità dell’euro? Oppure, contro i contenuti fondamentali del Memorandum, quindi contro Syriza? Si potrebbe assistere anche all’effetto paradossale di un sostegno a Tsipras dato sia dalle forze più moderate del socialismo europeo, compreso il Pd che da quelle che invece si collocano all’opposizione. Vedremo.
La scelta di Tsipras ha certo il merito di restituire la parola al popolo e quindi di offrire una nuova occasione democratica ai greci anche se non è detto che questa venga pienamente raccolta. Potrebbero prevalere, infatti, la stanchezza e la disillusione. In ogni caso costituisce un giro di boa nella sua traiettoria politica. Chiedere il voto in nome dell’accordo siglato a luglio – 86 miliardi per un piano di tagli allo stato sociale e privatizzazioni mai viste prime – significa cambiare la base programmatica di Syriza e quindi la sua natura.
La sensazione è che il partito della sinistra greca abbia finito per occupare lo spazio lasciato libero dal Pasok e di averne introiettato la linea politica. Più per necessità che per scelta perché è vero che Tsipras è rimasto solo – ma quale sinistra consistente sarebbe dovuta correre in suo aiuto? Matteo Renzi? – e alla fine i rapporti di forza, sociali, istituzionali, hanno pesato contro il suo tentativo di piegare l’Unione europea. Che invece ha piegato lui.
Il limite del tentativo, però, è stato proprio quello di sottovalutare quei rapporti di forza. Limite che, del resto, in scala minore, ha prodotto la crisi verticale della sinistra radicale italiana. Tsipras ha pensato di potercela fare a strappare un risultato sul tavolo della trattativa europea, ha sperato che coloro che, a parole, parlano di fine della dittatura dell’euro e dei mercati battessero un colpo, ma si è sbagliato. Con tutte le conseguenze che ormai sono note.
Così, le elezioni serviranno, come ha spiegato lo stesso Tsipras nel suo discorso in televisione, ad approvare o meno l’accordo con l’Eurogruppo, a ratificare quel Memorandum che rappresenta “il miglior accordo possibile”.
Lo fa anche perché, come spiegano i suoi oppositori, “il tempo gioca contro di lui”. Il voto, infatti, arriverà prima che le misure di austerità facciano il loro corso e dispieghino i loro effetti. E, intanto, cercherà di non dare il tempo a PanagiotisLafazanis e compagni di prendere forza e impedirgli di rivincere le elezioni. Gli ultimi sondaggi lo davano lo scorso mese ancora intorno al 40%, una base che potrebbe dare fiato, come spera la Commissione europea, a una nuova alleanza politica con il Pasok o con Potami, le voci del progressismo europeista. Un nuovo governo basato anche sull’ipotesi, rilanciata ieri da Tsipras di un “quintetto” al posto della Troika, nella gestione del Memorandum. Tsipras ha chiesto al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, un ruolo dell’europarlamento accanto a Fmi, Bce, Commissione europea e, all’ormai necessario Esm, per fornire una boccata di “democrazia” a un piano europeo in chiave progressista.
Resta la domanda per chi, fuori dalla Grecia, si sente o si dichiara di sinistra? Bisogna fare il tifo per Tsipras e sperare che vinca le elezioni? Oppure sperare che alla sua sinistra ci sia una forte affermazione? O cos’altro? E’ una domanda astratta, certo, ma la risposta aiuta a capire che tipo di politica si vuole perseguire e quali programmi si vogliono sostenere. La vicenda non va liquidata con le solite battute sullo scissionismo compulsivo, perché stavolta c’è in ballo il destino di un popolo, quello greco. Ma anche le sorti di quella sinistra che non vuole piegarsi ai compromessi del socialismo liberale.
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