Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (Platinette) hanno portato sul palco del Festivàl 2015 una canzone bellissima e fuori dagli schemi e, poiché Sanremo è Sanremo, sono arrivati ultimi. Tutto nella norma, in una manifestazione proverbiale per la celebrazione dell’usuale e del “sentimento gastronomico“. Eppure non serve chissà quale sensibilità per accorgersi che Io sono una finestra sia il brano più raffinato come testo, arrangiamento e autenticità di scrittura ed esibizione.

Sanremo lo avete proprio preso contromano. Quanto coraggio ci vuole?
Grazia Di Michele: Il coraggio te lo dà la sensazione di fare una cosa giusta. Una cosa così non la fai per vincere, ma per raggiungere il maggior numero di persone, con un tema che ti sta a cuore. Sanremo per questo è il palco migliore. Anche perché, al di là dello specifico della canzone, il brano parla in generale di discriminazione.
Mauro Coruzzi: Io però penso che le vere rivoluzioni si fanno all’interno del sistema. Questa canzone, fatta così, con questa tematica, costringe l’utente a riflettere. Il fatto di essere arrivati alla serata di sabato per me è stata già una sorpresa straordinaria, perché questa canzone è completamente diversa dalle altre quindici. Ed è stata la gente a mandarci in finale.

Infatti, la canzone non ha di certo una forma sanremese, ma è giusta così, no? È questo che ci ha colpito anche al Lunezia, perché è giusto che sia diversa e rivendichi con fierezza la sua diversità…
MC: Io credo che, anche per questo, la canzone resterà nel tempo…
GDM: Sai che molti giornalisti mi hanno detto invece che parole come ‘iconoclasta’ o ‘corriva’ non avrei dovuto metterle? E invece io sono d’accordo con te. Se hai la necessità di comunicare una certa cosa, puoi usare solo certi termini, non ci sono sinonimi.

Già, un po’ come succede nel tuo disco in uscita, “Il mio blu”. In Io sono una finestra per esempio un termine insostituibile è ‘scortica’: “pregiudizio che scortica cattivo”, no?
GDM: Sì, quello è un termine importante, perché è davvero insostituibile. Non ti dimenticare che all’uscita dei nomi di Sanremo c’è stato un giornalista che ha definito Mauro “scempio umano”, un giornalista che sta nella sala stampa di Sanremo (Giorgio Pezzana, n.d.r.). Quando Mauro lesse questa cosa, ancora, nonostante lui abbia risolto tante cose, queste parole lo colpirono: quello è ‘scorticare’, e non c’è un altro modo di dirlo, perché tu non puoi sentirti definire, da uno che si occupa di critica musicale, “scempio umano”… a proposito del significato delle parole.

Per te, Mauro, quanto è stato difficile cantare “da Mauro Coruzzi”?
MC: Beh… più preoccupante del solito. A me piace molto il cosiddetto “livello basso”. Quando abbiamo cantato Alghero di Giuni Russo, in quel modo, da travestite di quinta categoria, nella serata delle cover ero perfettamente a mio agio. È molto più imbarazzante farlo in abiti “civili”. Svestendomi dai panni di Platinette pensavo che si sarebbero viste le mie debolezze, le mie incapacità. Però poi guardavo Grazia e succedeva qualcosa: noi abbiamo un’intesa forte, che non so da cosa derivi. Forse sono etero… (ride, n.d.r.) ma sono quelle affinità elettive assolutamente disinteressate e preziose. Mi dava sicurezza che lei avesse avallato e creato tutto questo.

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