Cinema

Torino Festival, Pattinson ora sa recitare. Tre registi per docu-film sugli anti-Putin

Il divo di Twilight è finalmente credibile in "The Rover", thriller post apocalittico di David Michod. Ma tra i lavori sull'attualità spicca "Srok-The Term", ritratto di alcuni oppositori più attenti al look che alla sostanza politica. Gli autori: “Osserviamo senza giudicare”

di Davide Turrini

Dove non è riuscito nemmeno David Cronenberg, ce l’ha fatta un regista australiano come David Michod. E dimostra che l’attore – anche lui australiano – Robert Pattinson, vampiro di Twilight, poi protagonista balzano del delirante Cosmopolis, sa recitare. Lo certifica il film The Rover, diretto da Michod, che dal Fuori Concorso dell’ultima Cannes è finito sugli schermi del 32esimo Torino Film festival nella sezione Festa Mobile (esce in Italia a dicembre). Nel post apocalittico e spoglio deserto australiano un ordinario e silente Mad Max (Guy Pearce) in scarpe da tennis e bragoncini corti insegue un gruppo di balordi che gli ha sottratto l’auto in una specie di stazione di servizio. L’uomo, aiutato dal fratello ferito di uno dei tre (interpretato proprio da Pattinson), li rincorre per un’ora e mezza di film. Tutto qui. 

Poche spiegazioni sul big bang che ha ridotto l’assolata Australia in una terra con poche leggi se non l’antico motto del chi spara per primo e la ragione principale di questo forsennato on the road che arriva nel finale da dentro il bagagliaio di quella Rover rubata. Pattinson, nella parte di un ragazzo non del tutto normale, sfida le leggi della recitazione e per una volta si rende attore credibile e perfino tragico.

Oltre alle anteprime italiane di grossi titoli di fiction, ci sono anche le anteprime di documentari che fanno luce si casi storici e politici d’attualità come nessuno è ancora riuscito a fare. Prova ne è Srok-The Term, il lavoro a sei mani – i registi sono il direttore della fotografia Pavel Kostomarov, il giornalista Alexey Pivovarov e lo sceneggiatore teatrale Alexander Rastorguev – che mostra in un arrembante mescolanza di riprese da videofonini e minitelecamere gli “eroi” dell’opposizione anti-Putin: Alexei Navalny che passò dall’essere un blogger anti corruzione ad un candidato sfidante alle elezioni presidenziali; Ksenia Sobchak, un’affascinante star della tv, che secondo quanto si dice sarebbe la nipote di Putin passata all’opposizione; il suo fidanzato, l’attivista dell’opposizione liberale Ilya Yashin; il politico della sinistra radicale Sergei Udaltsov; e la punk band Pussy Riot

Decine di videocamerine li riprendono durante le enormi manifestazioni di piazza, sul palco, nei furgoni di polizia dove vengono sbattuti e perfino a casa propria. Ma c’è soprattutto il lato “moderno” di una protesta in All Star, Moncler e RayBan, smartphone sempre in mano a twittare e slogan che ricordano i moschettieri (“Uno per tutti, tutti per uno”). A parte i folkloristici estremisti di destra e religiosi, il magmatico gruppo di oppositori fa andare in tilt i concetti di sinistra e destra novecentesca: “The Term è nato dopo le manifestazioni di piazza della primavera 2012 accadute poco prima le rielezione del terzo mandato di Putin”, spiegano gli autori, “Non ci schieriamo e non giudichiamo. Osserviamo semplicemente. Uno dei fattori più irritanti ma allo stesso tempo piacevoli del nostro lavoro è che siamo stati accusati sia di essere finanziati dal Cremlino, mentre sappiamo che il Cremlino ci ha indicati come progetto di opposizione”. “The Term è uno specchio che viene posto quanto più possibile vicino ai suoi eroi”, concludono, “Si possono vedere i loro pori, capelli, e alcune sgradevoli rughe, e quando si arriva a conoscere meglio la persona si cambia opinione, in entrambe le direzioni”.

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