federico-buffa-2Ha incorporato un magnete, insidioso. Non ti stacchi. Stai lì, penzolante, tra il bordo di un divano e l’orizzonte di fuga. Vuoi uscire. E buttare il televisore, che a volte emana calore e pure pigrizia. Ma poi la musica toglie il disturbo dopo averti ingannato e Federico BuffaStorie Mondiali, 10 puntate, Sky Sport e Sky Arte – ti attira a sé fra citazioni, dischi in vinile, frammenti taglienti di partite. Il calcio è tante cose, non sempre belle, non sempre limpide.

Vedi quest’uomo in piedi, un pulpito laico, prospettive rarefatte, sensazioni eleganti. Capisci che ti vuole raccontare Messico 86, una fregatura ancora vivida per gli inglesi o, semplicemente, un’epica mai riscritta con un uomo che fa vincere una squadra e non viceversa. Va bene, nulla di nuovo: sono passati quasi trent’anni. Vuoi liquidare Buffa e le rivisitazioni, le celebrazioni. Non concedi neanche due minuti al “battaglione curiosità” che non abbandona mai il campo cerebrale (e spesso viene sottovalutato), ma l’astuto Buffa ha già sconfitto le tue difese psicologiche e i tuoi pregiudizi estremi. Non puoi mollare, anzi la testa va spinta contro lo schienale e all’occorrenza puoi stappare una birra, perché ti sta per far toccare con la mano di Maradona la palla che spiove in area e comincia dal generale Videla e ricomincia da Gaetano Scirea, le isole Falkland.

Quante volte quella mano ha toccato quel pallone oppure quel botolo argentino l’hai ammirato correre per un campo intero su passaggio di un carneade? Ma Buffa rettifica, aggiunge, sovrappone e ti stupisce, dopo aver annientato le ultime resistenze d’ignoranza che ci fanno pensare di essere saturi quando saturi di sapere non s’è mai. E poi Maradona esulta con quella faccia sincera di un rapinatore di pallone e Buffa la esamina senza amnesie fisiognomiche o sproloqui antropologici: no, ti getta dentro quegli occhi (ancora non spiritati come a Usa 94) con la malinconia permanente, il disincanto mai infantile di un Osvaldo Soriano. Gli orologi non si indossano più e non s’appendono in salotto. Il telefono, per sua fortuna, è lontano. Non t’accorgi che un’ora è andata via, vorresti il secondo tempo senza intervallo. E finisce così, al diavolo l’aperitivo di mezzanotte.

Stavolta l’appetito lo scatena un racconto di calcio che non è un racconto di calcio, ma un estratto di un mondo che chiamano Mondiale, l’apoteosi di un gioco che di sportivo ha poco, se non l’origine. Ha il popolo, la leggenda, la politica, la corruzione, la speculazione, la maledizione, il sacrificio, la leggerezza e, tanto, tanto culo. Il prossimo Buffa arriva presto.

Bucato l’ordine di calendario, il redento telespettatore oscilla fra Italia-Germania 4-3 con le retroguardie che avevano poco di guardia e molto di retrò; i polacchi abrasivi di Spagna 82 e la sfiga di Ciccio Graziani; l’aggressiva umanità di Zidane e l’umanità aggressiva con Ronaldo di Franca 98. Forse l’avete già visto, sentito di certo. Mai, mai così.

Twitter: @ Teccecarlo

il Fatto Quotidiano, 8 Giugno 2014

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