Il premier Renzi non ripete altro: scuola, scuola, scuola. Soldi per rimettere in sesto aule disastrate, soldi per gli insegnanti in deficit di ruolo sociale, soldi per dare ai ragazzi strumenti di crescita. Eppure, dentro le scuole d’Italia, c’è un potere nuovo, diverso: la tecnologia, i social media che per gli studenti ormai contano più dei libri. Una mamma vuol parlare di questo, del sentimento con cui combatte ogni volta che pensa ai suoi figli, cioè l’impotenza di un adulto davanti a quella rete capace di mangiare ogni curiosità, stimolo e gioia nelle mani dei più giovani.

 

Mi chiamo Bruna, sono una mamma lavoratrice, con due figli ormai grandi.
L’altro giorno, leggendo, come faccio spesso, sul blog del Fatto, la lettera di Martino, insegnante di scuola media, sull’uso di tutti gli aggeggi elettronici a disposizione dei nostri ragazzi, sono stata male e non poco.
Naturalmente non è che non mi guardi intorno e veda l’uso smodato di cellulari, tablet e quant’altro.
Però è come se la descrizione del professore mi cogliesse impreparata, impotente e mi mettesse violentemente di fronte a cose che non so affrontare.
Ecco è proprio questo: io mi sento impotente. Come far capire a dei ragazzi che si può stare benissimo un’ora senza guardare il cellulare, messaggiare, ecc?
Capisco lo sgomento di Martino è anche il mio.
Siamo ancora in tempo per fare qualcosa? 

di Bruna Clemeno

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Le parole, le regole, il rispetto, sono la premessa dell’educazione scolastica. Chi sta oggi in cattedra, dalle elementari al liceo, segnala questo come tema prioritario: è più difficile domare la classe che insegnarle qualcosa. L’iperattività, l’invadenza della tecnologia, il linguaggio volgare, la violenza nel gestire sentimenti e reazioni diventano stress quotidiano, e carenza d’apprendimento. [email protected] è l’indirizzo per segnalare problemi e idee. Fatelo chiunque voi siate: studenti, mamme, nonni o maestre. Le parole, per noi, sono importanti.

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