Non andrò a votare alle primarie perché non so se il Pd è favorevole o contrario: alle coppie di fatto; alla ricerca sulle cellule staminali; al nucleare; alla possibilità per i gay di avere figli; all’eutanasia; alla brusca svolta verso le energie rinnovabili di cui abbiamo bisogno urgente; a investire il 10% del Pil in scuola, università e ricerca scientifica; a un serio progetto di riduzione dell’orario di lavoro ma lavorando tutti; al tetto ai superstipendi. Non so queste cose e neppure molte altre, che invece dovrei sapere. Almeno per farmi un’idea e poi, semmai, votare.

Non andrò a votare alle primarie del centrosinistra perché non voglio stare al gioco del vecchio e del nuovo, e neppure a quello di chi sorride di più, di chi è più simpatico, di chi sta meglio in maniche di camicia.

Renzi, Bersani e tutti gli altri sono mesi che ci fracassano orecchie ed altro parlando di niente. Si sono dimenticati di dirmi le cose importanti che mi serviva di sapere, e i giornalisti che li hanno ospitati e intervistati si sono dimenticati di chiedere loro anche solo una parte di esse.  Ecco perché non andrò a votare. Non sarebbe serio per me, come non è stato serio per loro non avere un’opinione in merito, o non comunicarmela.

Il fatto si ridurrebbe a un problema tra me e loro. Niente di grave. Se non fosse, però, che non lo sa nessuno. E che un milione o due milioni di persone andranno comunque a votare, dividendosi inutilmente in guelfi e ghibellini, sulla base delle odiose simpatie e antipatie, le opinioni sul nulla, seguendo la più medioevale delle liturgie.

Ma se in così tanti andranno a votare, sono io che mi sbaglio, e non hanno fatto poi così male a non parlare delle grandi questioni del Paese. Evidentemente, per farsi votare, non serve.

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