Definirla solo un architetto, o un’archistar, come si dice oggi, sarebbe riduttivo. Gae Aulenti, scomparsa oggi a quasi 85 anni, è stata molto di più. È stata la frontwoman dell’eccellenza italiana, l’esponente più famosa di quel movimento neoliberty che fece la fortuna dell’architettura italiana dagli anni Sessanta in poi. Tra i molti progetti a sua firma che nel corso dei decenni sono stati realizzati in giro per il mondo, particolare successo ha riscosso il museo d’Orsay a Parigi, che le ha permesso di affermarsi globalmente come architetto di primissimo livello. 

Il tratto caratteristico dell’architettura firmata Aulenti è sempre stato il rispetto dell’ambiente circostante: “Non si può fare la stessa cosa a San Francisco o a Parigi – ha raccontato al Corriere solo un anno fa – quel che conta è il contesto fisico e concettuale, per questo mi serve un lavoro analitico molto attento, prima di progettare: studiare la storia, la letteratura, la geografia, persino la poesia e la filosofia”.

Donna colta e impegnata, Gae Aulenti non negava di aver fatto scelte personali anche per rispetto delle convinzioni politiche. Milanese d’adozione e amante appassionata della città, ha sofferto non poco la Milano da bere, quello che lei chiamava “craxismo deleterio” degli anni Ottanta. Ma non si è mai fermata, nemmeno negli ultimi anni. Sua la riqualificazione discussa di piazzale Cadorna, quell’ago e filo gigante che qualche anno fa aveva fatto discutere la città. Così come suo è stato il restauro delle Scuderie del Quirinale, che oggi ospitano le più importanti mostre presenti nella Capitale.

L’ultima opera è di pochi mesi fa: il restauro e la trasformazione in centro culturale polifunzionale di Palazzo Branciforte a Palermo. Una carriera lunga, costellata di successi e onorificenze (tra cui l’ambito Premio Imperiale giapponese nel 1991) che si è chiusa solo oggi, con la morte. Una donna indipendente e volitiva, che aveva deciso di fare (e bene) un mestiere fin lì considerato da uomini.

 

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