Si è ormai diffusa la consapevolezza che la mafia esiste anche nel nord Italia. L’immagine del picciotto con coppola e lupara ha lasciato il posto a quella del faccendiere mafioso con camicia linda e sorriso candido. Eppure, nonostante questa consapevolezza che si va diffondendo, ancora oggi molti stentano nel vedere nella propria città palesi fenomeni non solo di infiltrazioni mafiose, ma di un vero e proprio stanziamento permanente di queste associazioni criminali non solo nei grandi centri d’affari, ma anche nei piccoli paesi di provincia. Molti cittadini e molti amministratori alla domanda «Come combatterà la mafia nel suo comune?» rispondono «Ma, qui la mafia è di passaggio è in altre città che ha il vero giro d’affari». Se lo si chiede a Forlì vi risponderanno che è peggio sulla Riviera, se lo si chiede a Rimini vi diranno: peggio a Modena, a Modena vi diranno di Bologna a Bologna risponderanno Milano, a Milano Roma, e così via. Ma davvero nessuno vede quello che gli accade sotto il naso, o davanti ad investitori con molti soldi e prezzi stracciati c’è qualcuno che fa finta di nulla?

In Emilia-Romagna è stata certificata da innumerevoli processi l’esistenza di 11 clan e famiglie tra camorra, ‘ndrangheta, mafia e sacra corona unita.  Una capillarità di gruppi che si spartiscono minuziosamente i settori che vanno dalla gestione dei trasporti, alla prostituzione, dal gioco d’azzardo alla fornitura di materiali edili, in un equilibrio fatto in modo che nessun clan o ndrina pesti i piedi agli altri. Anzi proprio in Emilia-Romagna sono nate fruttuose collaborazioni tra ‘ndranghestisti, camorristi e la mafia slava e albanese che hanno favorito guadagni reciproci unendo la tratta delle ragazze dell’est per la prostituzione al commercio di stupefacenti e anche di armi. Insomma un sistema all’avanguardia.

Negli anni sono state molte le condanne in processi per crimini legati alla mafia. A fare finalmente chiarezza in questo panorama è stato il dossier Le mafie in Emilia-Romagna pubblicato non da un giornale o da un pool di esperti, ma da un gruppo di cittadini attivi. Si tratta di associazioni: il Gruppo dello Zuccherificio, Articolo 21, NoName appoggiandosi alla Facoltà di Giurisprudenza di Bologna e coordianti da Gaetano Alessi.

Questi trenta ragazzi non si sono inventati nulla, non hanno condotto indagini o interrogatori, hanno solo fatto «quello che avremmo dovuto fare noi, ma di cui nessuno ha mai trovato il tempo sommersi da continui processi» come ha dichiarato il Pubblico Ministero Giacomo Chiapponi.

Mettendo in fila le sentenze dei vari tribunali, i processi per omicidio, le estorsioni e i sequestri emerge un quadro chiaro quanto terrificante.

Sono 104 i beni confiscati alle mafie in Emilia-Romagna negli ultimi anni. Si tratta di aziende, ristoranti, magazzini, bar, sale gioco, ma anche abitazioni. Sì, abitazioni, perché questi signori in Emilia-Romagna ci vivono, non vengono in villeggiatura. Hanno trovato un mercato fertile e accogliente che attendeva denaro liquido. E davanti a centinaia di migliaia di euro non sono stati in molti gli imprenditori che si sono fatti delle domande. Ma fortunatamente c’è ancora in giro qualcuno che certe domande se le pone quotidianamente.

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