La notizia non è ancora confermata ma le piste di mafia si fanno sempre più insistenti. È confermata la morte di una ragazza con la colpa di andare al mattino a scuola: come le guerre di mafia che sembrano così lontane nei tempi e raccontiamo tutti i giorni di tutto l’anno proprio dentro le aule delle scuole. Si muore perché si svolge la propria funzione quotidiana. Come nemmeno nelle guerre, perché lì i civili sono annoverati tra gli “errori” e invece qui la scuola è l’obiettivo. Che i giorni siano quelli delle commemorazioni di Falcone e Borsellino, che proprio a Giovanni Falcone e alla moglie sia intitolato quell’istituto, che la carovana antimafia proprio oggi passasse di lì e che il nuovo sindaco appena insediato abbia dimostrato di avere le idee chiare sul tema sono le schegge di una prefazione che mette i brividi.

Io non so cosa si potrebbe scrivere della mafia che mette le bombe fuori da una scuola. Non abbiamo le parole, noi, la nostra generazione. È una di quelle storie che riusciamo a ricordare ma per viverle dobbiamo inventarci parole del presente che sono tutte da ricostruire, dolori e paure che suonano corde così in basso che non sappiamo più come abitare.
Se la mafia va fuori da una scuola (e aspettiamo le notizie e le conferme) significa che ha deciso di allargare i livelli. Che mentre pascola con i colletti bianchi sta perdendo terreno tra i giovani, nelle piazze. Nelle scuole, appunto.

E allora bisogna rimanere uniti. Ripartire. Stringersi con forza. Perché mentre il Paese brancola nel buio qualcuno rimane morto ammazzato sotto la suola delle incertezze. E perché lì, nelle scuole, la rivoluzione per la bellezze e per “quel fresco profumo di libertà” di cui parlava Borsellino è iniziata da un pezzo.

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