Trentamila dischi venduti con due album, ma in radio nessuna traccia. In questi giorni ha riempito i teatri in giro per l’Italia: 1400 persone al Dal Verme di Milano, 1500 all’Obihall di Firenze, 1000 a Venaria, Torino, e 1000 al Palariviera di San Benedetto del Tronto. Alessandro Mannarino, 32 anni, un successo di pubblico strepitoso, date sold out ovunque: 3500 biglietti per i due appuntamenti di aprile a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, sono già spariti e il 4 luglio concertone al Foro Italico. Successo, appunto, ancora più strepitoso perché è raro sintonizzarsi su una radio e trovare le sue note e la sua voce in onde medie: “Amen, tanto oggi con internet si risolve tutto – dice lui, che fra pochi giorni esordirà anche come blogger su ilfattoquotidiano.it –; il sistema che ripete solo musica che somiglia tutta a se stessa sta fallendo, ma io sono disponibile anche per le radio, non credo che la mia musica sia di nicchia”.

Eppure la romanità nelle tue canzoni è fortissima: forse prima di te solo Venditti può vantare di aver mosso le folle anche a Milano con questa caratteristica.
I contenuti sono più forti di qualche espressione dialettale, ma questo non devo dirlo io. La periferia che racconto in romanesco è la stessa di Milano o di Parigi.
Hai trovato forse la formula giusta: il tuo romanesco è riformato come il siciliano di Andrea Camilleri, si capisce anche a Trieste…
Sì, non è un revival del romanesco, parlo alle periferie. Ma si può ascoltare bene anche dal centro.
E se la Lega ti chiedesse di scrivere l’inno della Padania?
Per me Bossi non esiste, non è mai esistito, come la Padania. Mi spiace solo che il fenomeno Lega sia colpa della sinistra che si è fatta sì nicchia, lasciando a Bossi le fabbriche per fare comizi.
Invece, come sei finito a far la fortunata sigla di “Ballarò”?
Me lo ha chiesto Giovanni Floris in persona, è un mio fan. M’invitò in trasmissione chiedendomi di pensare a delle parole da cantare su quel motivo, che è “Jeux d’enfants” del Cirque du Soleil. Poi per l’ultima stagione del programma ne ho rifatto anche l’arrangiamento. Funziona, ne sono felice.
Tornando a Roma, confessa: hai votato per Gianni Alemanno?
Il sindaco della sicurezza che ha reso Roma far west? No. E non pensavo neppure che avrei rimpianto Walter Veltroni. Ma era un altro mondo: le notti bianche, i concerti. Le periferie erano partecipi, vive. Adesso abbiamo una città a compartimenti stagni e le periferie sono scomparse, abbandonate.
“Me ne andrò su una barca de fiori. Me ne andrò però nun me lamento”. Cosa ti viene in mente?
È “Statte zitta”, una mia canzone. “Supersantos”, il secondo album, è il racconto di una notte fuori, per strada, tra chiesa e caserma. Tra religione e Stato, tra le due istituzioni che ci fanno credere che è meglio stare male. Mentre il primo album, “Il bar della rabbia”, è una serata in osteria, dove si sta bene, ci si sente protetti, “Supersantos” è meno consolatorio.
Però in “Merlo Rosso”, che canti in duetto con una splendida voce femminile, Claudia Angelucci, arriva il riscatto del perdente o qualcosa di simile.
Meglio, è il racconto di una donna che ce la fa, senza il sacrificio che chiesa e caserma vogliono imporre. Trova la sua strada, senza passare dalla sofferenza, e sta bene davvero. È quello che vorrei per la periferia.
Sei innamorato del concetto di periferia. Non dirmi che abiti ai Parioli…
No! Sono cresciuto a San Basilio, estrema periferia. Otto anni fa ho cominciato a girare intorno alla Casilina, ora sto al Pigne-to. È una parte vera della città: multietnica, popolare, ma anche vivace dal punto di vista culturale, affascinante. Mi ha ispirato tantissimo, la mia musica deve molto a questo quartiere.
Ovviamente sei anche romanista, ammettilo?
Sì. Sfegatato come il tuo direttore… forse non così tanto.
Quando leggi sui giornali dei litigi tra Vasco Rossi e Ligabue cosa pensi?
Sono polemiche che proprio non m’interessano. Il mio mondo è un altro.

twitter.com/viabrancaleone

Da Il Fatto Quotidiano del 31 marzo 2012

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