Piero Fassino, sindaco di Torino

Istituire anche a Torino una Commissione antimafia comunale, come è stato già fatto a Milano. La proposta arriva dall’associazione Libera e dai consiglieri comunali Marco Grimaldi (Sel) e Roberto Tricarico (Pd) a pochi giorni dalla chiusura delle indagini, che hanno coinvolto 184 persone, di Minotauro, la maxi inchiesta sulla ‘ndrangheta in Piemonte che lo scorso giugno ha portato a 150 arresti e al sequestro di beni per più di 100 milioni di euro.

L’inchiesta che ha rivelato “diverse vicende rappresentative dell’influenza della ‘ndrangheta nella vita istituzionale piemontese” e visto la carcerazione anche di Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ha suscitato profondo imbarazzo nei partiti locali per il coinvolgimento di politici dei diversi schieramenti – sindaci, consiglieri comunali, regionali e parlamentari – che pur non essendo indagati sono finiti nelle carte dei magistrati perché hanno incontrato o chiesto voti ad affiliati e padrini dell’onorata società. Una condotta che gli interessati hanno giustificato spiegando di non aver avuto esatta cognizione dei loro interlocutori, ma che proprio per questo ha evidenziato una pericolosa sottovalutazione del fenomeno mafioso da parte di pezzi della politica piemontese.

È esattamente contro questa distrazione di massa che secondo il consigliere Marco Grimaldi può essere utile l’attività di una Commissione antimafia comunale: “Dobbiamo eliminare gli alibi che i dirigenti politici hanno utilizzato per giustificare l’inquietante fotografia restituita dalle indagini. È tempo che la Giunta e il Consiglio comunale discutano con la città di questi temi, perché troppo a lungo sono state sottovalutate le implicazioni di quello che semplicisticamente viene chiamato voto etnico”. La Commissione, è scritto nella lettera di proposta, “dovrebbe innanzitutto contrastare il possibile inquinamento delle attività della macchina comunale e quindi il potere che le organizzazioni criminali possono acquisire in città”, ma anche “creare nei cittadini torinesi quella sensibilità antimafia che solo gli addetti informati e i più giovani che hanno avuto contatti con le associazioni come Libera” possiedono.

Anche il sindaco Piero Fassino si dice favorevole alla creazione della Commissione antimafia: “Ho dato il mio assenso alla proposta di Libera sin da quando fu avanzata mesi fa e per quello che ci riguarda ho sempre fornito indicazioni sulle modalità per arrivare alla sua formazione. Adesso la decisione è affidata alla conferenza dei capigruppo, ma credo che non ci sia alcuna difficoltà”. Il primo cittadino getta però acqua sul fuoco: “Credo che sia utile una commissione consiliare che possa essere un luogo di riflessione, dibattito e proposta per sostenere e promuovere la lotta alle infiltrazioni alla criminalità organizzata, pur sapendo che la città è sana. Il fatto che si costituisce una commissione non vuol dire che la città sia mafiosa, perché questa è una sciocchezza che nessun torinese accetterebbe”.

Fassino non ci sta neppure a riconsiderare, alla luce dei fatti, la posizione indignata che politica piemontese assunse in maniera bipartisan nel 2008 di fronte all’allarme della Commissione parlamentare antimafia sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste sotto la Mole. “L’ingenuità può essere sempre data – ci risponde – ma certamente molte delle cose che ho ascoltato in reportage televisivi o letto sui giornali sono molto al di là del vero. E comunque questo non è un gran problema”.

Sono tutti d’accordo. L’iniziativa di istituire la Commissione sembra raccogliere il consenso unanime dei consiglieri comunali e delle forze politiche che vi sono rappresentate, accumunate per motivi divergenti dalla volontà di superare l’impasse generato da Minotauro. Chi per affrontare il tema uscendo da una logica di emergenza, per “passare dalla straordinarietà all’ordinarietà dello strumento”, come i due consiglieri Grimaldi e Tricarico, altri come il capogruppo del Pdl Andrea Tronzano, per dimostrare di non aver nulla da temere: “Siamo d’accordo perché non c’è nulla da nascondere. La mafia bisogna combatterla. È un segnale importante”. Ma precisa anche che “la politica onesta, seria, sobria che noi cerchiamo di rappresentare anche ai piani inferiori non ha nulla da rimproverarsi. Non penso che ci sia da risvegliare nulla nelle coscienze di ciascuno di noi, siamo rappresentanti del popolo e cerchiamo di farlo in maniera onesta”.

Si dice favorevole anche Giovanni Porcino del gruppo Misto, figlio dell’onorevole Gaetano Porcino (Idv), non indagato ma finito nell’inchiesta Minotauro per i suoi incontri con quello che i magistrati indicano come il capo della ‘ndrangheta di Rivoli, in provincia di Torino. Il consigliere Porcino si dice assolutamente disponibile all’istituzione della Commissione anche in forza dell’“amarezza” che la vicenda di suo padre ha creato alla sua famiglia e che lo porterà, a livello personale, a “limitare al massimo gli incontri pubblici” in occasione di prossime elezioni e a “non incontrare più persone che non conosco e di cui non sono sicuro”.

“Il timore adesso è che dopo tutte le dichiarazioni non si concretizzi realmente nulla e tutto scivoli nel silenzio – avverte però Roberto Tricarico – o peggio ancora che la commissione diventi uno strumento di facciata”. La riunione dei capigruppo di venerdì 3 febbraio rappresenterà un buon momento per verificare le reali intenzioni dei consiglieri torinesi.

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