Anche se ho preferito non esprimere la mia impressione sugli ultima passi cosiddetti riformisti da parte della monarchia giordana, trovo indispensabile adottare le parole di Gramsci: “Il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”. Poiché dalla prospettiva di un riformista, in tutta questa faccenda non si vede nessun segnale positivo.

Avevo accennato in vari articoli pubblicati sui giornali giordani che i cambiamenti del re dovrebbero rendere conto della serietà della situazione locale e della gravità che le trasformazioni regionali stanno provocando: non è solo un cambiamento di persone, ma di politiche, e non il gioco delle sedie tra vecchi e nuovi amici.

L’importante è ricordare che la monarchia giordana è un modello unico fuori dalle norme. Mentre, infatti, i modelli delle monarchie sono solitamente due (costituzionale e assoluta), nel mondo arabo esiste anche il modello familiare, nel quale originalmente la famiglia governante appartiene alla tribù più forte: ne abbiamo un esempio nelle monarchie del golfo arabo, dove la famiglia dominante ha i suoi membri nei posti di potere. Nel caso giordano, la monarchia ha le sue basi su un patto sociale verbale tra una piccolissima famiglia dell’Arabia (quella attualmente governante) e le tribù locali, che le hanno dato il consenso di risiedere nel Paese e governarlo. Dunque l’insoddisfazione del popolo giordano potrebbe mettere in dubbio la legittimità di questa famiglia.

Il cuore della riforma politica che i giordani stanno cercando parte dal concetto della distribuzione del potere. Mi sembra assurdo che nel 2011, quando si parla di riforma politica, si parla ancora di una monarchia completamente assoluta. Ci sorge una domanda: quali sono i segnali positivi che testimoniano la vera volontà di operare questa trasformazione democratica? Se ancora, nonostante tutta la pressione del popolo, non soltanto il premier ma anche un governo, un senato e tutti gli altri ufficiali di alto livello sono nominati senza nessun criterio visibile, senza mostrare le qualifiche, il come o il perché le decisioni vengano prese o i tesori dello Stato venduti?Addirittura, sembra una forma che risale alle monarchie del medioevo.

Ci chiediamo se la volontà espressa ogni giorno da parte del sovrano o del suo governo di portare avanti delle riforme ci possa lasciare lo spazio per arrivare a questa conclusione tramite l’analisi e la logica dei fatti. Altrimenti diventa un nostro diritto avere una specie di “Road Map” per capire quando e come o addirittura quale è la destinazione a cui loro ci portano.

In realtà gli intellettuali arabi hanno sempre sofferto dal divario tra la teoria politica che essi rappresentano e l’applicazione rappresentata dai loro regimi e governanti. E’ solo una questione di potere e non di qualificazione, visto che il capace è governato dall’incapace, l’intelligente dal banale e il saggio dall’ignorante. Questo è il caso di tutto il mondo arabo ed è stato uno dei motivi principali dell’esplosione dei desideri di cambiamento tra tutti i giovani arabi oppressi.

La gente giudica i fatti e non le intenzioni, questo lo testimonia la storia delle civiltà. Fino ad oggi, in Giordania, i fatti sono pochi, mentre le parole e le promesse sono infinite. In realtà quello che spaventa di più è che le decisioni contraddicono gli slogan proclamati.

I riformisti non possono essere sempre accusati di essere poco pazienti: noi intendiamo la riforma come distribuzione del potere, ma avremmo voluto un segnale positivo sul percorso che stiamo seguendo per arrivare al modello della monarchia costituzionale. Invece, l’unica cosa che attualmente vediamo è il maggior potere praticato nel buio da parte di potenze illegittime. Ci rimane, quindi, poca speranza nel vedere nel prossimo futuro uno sviluppo positivo: come dice un detto arabo, “se deve piovere almeno ci dovrebbero essere le nuvole”.

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