In questi giorni sui giornali inglesi si è parlato molto di immigrazione.

Il primo ministro Cameron ha, infatti, pronunciato un discorso lunedì proprio su questo tema: un discorso dai toni duri, volto ad affermare la lotta senza quartiere contro l’immigrazione clandestina e i matrimoni forzati. Ma non solo. Il primo ministro ha usato frasi pesanti, dicendo che dobbiamo muoverci ad affrontare il “problema” dell’immigrazione, mettendo in un unico calderone gli studenti che arrivano con il visto, i lavoratori e i clandestini, per affermare quanto, a suo parere, l’immigrazione sia andata fuori controllo.

Non stupisce. Cameron, nonostante il re-branding sociale e da modernizzatore, appartiene alla vecchia scuola dei conservatori inglesi, in perfetta linea con Margaret Thatcher.

Quello che da sempre mi preoccupa è la distorsione che accompagna ogni discussione sui temi dell’immigrazione. Non mi è mai piaciuta la sterile divisione tra coloro che considerano l’immigrazione come un problema e quelli che invece la vedono come opportunità, perché ritengo non appartenga a nessuna delle due categorie. L’immigrazione è un dato di fatto ed è semplicemente inarrestabile.

Come molti della mia generazione, io sono cresciuta in una cittadina allora leghista (Pordenone, ora roccaforte del Pd! Avanti così!). Ricordo il dibattito nell’allora Partito Democratico della Sinistra, lo sbandamento di fronte alla seduttività dei discorsi della Lega, quasi l’ammissione di aver fallito, di non aver capito, di aver sottovalutato gli effetti dell’immigrazione sui cittadini. E sbandamento c’è stato, con errori a mio parere molto seri, quasi come se l’unica alternativa fosse di accettare la tendenza alla chiusura e quindi inseguire la destra sul suo stesso terreno, l’unico percorribile.

Quel che è successo dopo è noto. Dovunque in Europa la destra è avanzata con piattaforme solidamente anti-immigrazione. Il termine “multiculturalismo” è diventato quasi naïf, un’etichetta per quegli – ingenui – che vedono un futuro nella convivenza tra culture e appartenenza. E si sono creati quelli che io definisco falsi miti.

Il più pericoloso: gli immigrati ruberebbero il lavoro. Un mito, non essendoci mai stata evidenza alcuna di una correlazione tra immigrazione e diminuzione dei posti di lavoro per gli “autoctoni”. Per i lavori meno specializzati un effetto c’è forse stato, ma di dimensioni comunque impercettibili (ne ha scritto a lungo l’economista Jonathan Wadsworth). Nel Regno Unito gli immigrati sono in media più scolarizzati degli autoctoni (anche se per ovvi motivi a Londra la disparità è meno visibile). Questo è un paese che è stato in grado di attrarre le migliori energie da ogni parte del mondo, come si è visto.

La maggior parte degli economisti, sia a destra che a sinistra, concordano sul fatto che mercati ben funzionanti siano in grado di allocare le risorse in maniera efficiente. Questo vale anche per il mercato del lavoro, e non sorprende che politiche più liberali per l’immigrazione siano positive sia per l’economia che per il mercato. Il problema riguarda dunque il buon funzionamento dei mercati. E la ragione per cui si parla di immigrazione in questi termini sta esattamente nel fatto che l’economia si è fermata a causa della crisi finanziaria. Quello che mi sfugge nell’approccio di Cameron è come si possa portare crescita riducendo il numero degli studenti che arrivano tramite visto nelle prestigiose università britanniche. Gli americanofili mi darebbero ragione nel sostenere che è proprio la diversità a creare ricchezza, e citerebbero la Silicon Valley.

L’altro falso mito riguarda la sicurezza, più presente a dire il vero in Europa continentale che in Gran Bretagna. In Francia per esempio, dove si è arrivati ad una vera e propria purga contro i Rom, assecondata da una grossa parte dell’opinione pubblica. Devo ammettere che il motivo che mi ha spinto a lavorare nell’ambito dei diritti umani è la convinzione che siano proprio i diritti a garantire la sicurezza. Mi trovo a favore dell’approccio semplicisticamente definito law & order, ma credo che l’unico modo per garantirlo sia attraverso un sistema che rispetti la dignità delle persone. Per questo ho sempre pensato vi sia un legame inestricabile tra diritti e sicurezza, che non può essere ignorato. Un paese che ha a cuore la sicurezza dei suoi cittadini deve in primo luogo rispettare la dignità di tutti.

È un periodo strano: siamo in recessione, l’Europa traballa, appesa al voto del parlamento slovacco, e la crisi ci rende tutti più poveri.

A maggior ragione, è il tempo di una visione nuova. Come diceva ieri un bell’articolo sul Guardian, Steve Jobs non ce l’avrebbe fatta nel mondo di Cameron. Ecco, in un mondo in cui il rispetto delle regole e la lotta contro la clandestinità si incontrano con apertura, insomma quel che io chiamo un mondo progressista, invece sì.

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