Cannubi, ossia uno dei più celebri vigneti delle Langhe e dell’Italia, menzionato in bottiglia prima ancora che il termine “Barolo”, è oggetto di una battaglia legale sul nome e sui confini. Così come riportato da Giovanni Bietti, in varie occasioni, attraverso il blog di Rizzari-Gentili sul sito de l’Espresso. Una battaglia legale che si concluderà col parere del TAR Lazio, a ottobre prossimo.

Fra i contendenti c’è la grossa azienda Marchesi di Barolo (circa 1.500.000 bottiglie l’anno) che, invero, aveva già battagliato per il Cannubi diversi anni prima. Facendo ricorso al TAR Piemonte contro una delibera del comune di Barolo che approntava un riconoscimento ufficiale (e una conseguente delimitazione) dei vigneti storici e vocati, altrimenti detti cru: meritevoli di menzione in etichetta, appena regolamentata dalla legge 164 del 1992.

Tale legge, che intendeva disciplinare meglio le denominazioni di origine, divenne l’occasione per ampliare le denominazioni stesse, piantando Nebbiolo da Barolo dove prima era Dolcetto o Barbera o Moscato. O dove prima non c’era vite ma soltanto bosco.

Negli ultimi vent’anni, non diversamente da altre famose denominazioni quale Brunello o Amarone, il Barolo e il Barbaresco hanno raddoppiato gli ettari a Nebbiolo e la produzione totale di bottiglie: nel 2010 oltre 12 milioni per il Barolo e oltre 4 milioni per il Barbaresco.

Sono infatti occorsi vent’anni per ufficializzare i cru, oggi chiamati “menzioni geografiche aggiuntive”. Vent’anni in cui il paesaggio delle Langhe è stato in parte trasfigurato, e non solo da alberghi o cantine che hanno divorato o abbrutito le mirifiche colline. Scrive Beppe Rinaldi, viticultore: “qui si sono piantate vigne anche sui solai. Non doveva essere concesso, anche per lo scontato conseguente discapito della qualità e la nota conoscenza della fragilità delle nostre colline, che ora franano drasticamente col parere del geologi… Da tempo, invece, prevale un unico discrimine: il profitto… mentre alla base della nobiltà e immagine di certi prodotti c’è la scarsità”.

Peraltro il percorso di riconoscimento dei vigneti vocati, è stato travagliato oltre che poco chiaro. Si è passati dal concetto di “sottozona” al concetto di “menzione aggiuntiva”, aggiungendo in ultimo specificazioni quale “denominazione comunale” o “vigna”. Sicché tutte le aziende possono comunque aggiungere qualcosa in etichetta, senza che siano davvero indicati i vigneti più vocati.

Inoltre si sono aggiunti anche nomi di “cru” appena battezzati, a mappare vigneti che dapprima non erano stimati rilevanti o non c’erano mai stati; si sono permesse, per diritti acquisiti, ragioni sociali di aziende che richiamano denominazioni protette a scapito della ratio nell’articolo 23 delle legge 61 del 2010; si è lasciato piantare vigna nell’area del Barolo, con diritti d’impianto comprati fuori del territorio: in Monferrato come in Veneto.

Peraltro, nell’euforia da “piantagione” è perfino passata una modifica del disciplinare di produzione (proposta pubblicata in G.U. nel 2010) atta a permettere di fare Barolo da vigne esposte in parte a nord. Il Consorzio l’aveva approvata, e se non fosse stato per un ricorso al Comitato Nazionale Vini presentato da Alfio Cavalloto, col sostegno di una quarantina di altri produttori rinomati, e per un cambiamento del Cda del Consorzio, ci sarebbe la possibilità di coltivare “Nebbiolo da Barolo nell’esposizione da -22,5 a +22,5 gradi bussola, ovvero da NORD,NORD-OVEST a NORD,NORD-EST”. Dunque citando il ricorso “un grave errore che farà aumentare enormemente i nuovi impianti a Nebbiolo da Barolo. In una situazione di mercato estremamente difficile… aumentare l’offerta, tra l’altro di scarso o pessimo Barolo, è senz’altro una mossa sbagliata che danneggerà l’immagine e l’economia locale… Mai, nella storia della nostra viticoltura, esposizioni così poco assolate sono state prese in considerazione per la coltivazione del Nebbiolo da Barolo.”

È comunque stata approvata, nel nuovo disciplinare del 30/09/2010, la modifica di alcuni parametri analitici quale l’acidità: il cui valore minimo, per quanto il Nebbiolo non difetti di acidità, è stato abbassato.

“Per la mia famiglia” commenta Pio Boffa, della nota azienda Pio Cesare “che fa vino in Langa da 130 anni, il Barolo è il compendio di uve Nebbiolo proveniente da diversi vigneti, che si combinano assieme per dare caratteristiche diverse. Possono concorrere anche vigneti esposti ad est o ad ovest, e non al pretto sud, specie col riscaldamento climatico globale, coi nuovi cloni di Nebbiolo, con l’attuale diradamento dei grappoli. Una volta si coltivavano anche altre uve, perché più che produrci direttamente vino si vendevano, e non si voleva rischiare. Oggi che il Barolo ha molto più appeal rispetto a 30 anni fa, si coltiva Nebbiolo per fare Barolo: è nei migliori ristoranti del mondo, e non è mai stato così grande, data i tanti produttori che fanno qualità”.

Difatti il Barolo, ossia il vino più longevo e nobile d’Italia, è davvero apprezzato all’estero: tanto che il 65% della produzione va fuori dell’Italia. Per giunta, una considerevole parte del Barolo venduto in Italia non è acquistato da italiani.

“Alla fine c’è da essere ottimisti” commenta. Pietro Ratti viticultore e presidente del Consorzio di Tutela “abbiamo l’unica vera mappatura dei vigneti in Italia, riportante anche la quantità che è possibile produrre in una microarea. Abbiamo sospeso le concessioni di nuovi diritti di impianto, lasciando possibile soltanto un minimo per area e per singolo produttore. Del resto l’aumento della produzione si è assestato, in quanto legato a una congiuntura economica precisa. E il prezzo del vino sfuso è raddoppiato negli ultimi sei mesi. Dunque la produzione totale di oggi non è esagerata, ma può soddisfare le crescenti richieste sui mercati internazionali”.

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