Avete presente la Brexit? Quel voto del 23 giugno del 2016 che ha sconvolto l’Europa e il mondo, quando il 52 per cento dei britannici ha votato per lasciare l’Ue? Era uno scherzo, non se ne fa più niente. E’ questo il senso del discorso di Theresa May a Firenze di oggi che chiede a Bruxelles di rinviare tutto di almeno un paio di anni perché ha scoperto – chi l’avrebbe mai detto – che uscire dall’Ue è piuttosto complicato. E in molti casi anche molto pericoloso per la Gran Bretagna.

E’ sempre spiacevole dire “ve l’avevamo detto”. Però, cari amici inglesi e cari sovranisti italiani che esultavate per il trionfo del popolo contro le tecnocrazie eurofile, ve l’avevamo detto. La campagna di propaganda a favore della Brexit si reggeva su un cumulo di balle riassunte nella tesi che una Gran Bretagna libera dai vincoli e dalle pastoie comunitarie sarebbe stata finalmente libera di affrontare la globalizzazione con il vigore e il coraggio che la sua tradizione e la sua economia dinamica le impongono. Non è così.

A oltre un anno dal referendum, Theresa May che pure alla Brexit deve il posto di primo ministro tolto a David Cameron, ammette in pratiche che a Londra non hanno la più pallida idea di come procedere. E che le incognite sono esattamente le stesse del 24 giugno 2016, all’indomani del voto, quando il popolo britannico ha detto di “volere più controllo diretto delle decisioni che riguardano le loro vite”, per usare le parole della premier,  e che quindi queste decisioni devono essere prese da persone che rispondono direttamente a loro, agli inglesi.

Tutto chiaro. Peccato che oggi la May ammetta che agli inglesi servono anche quelle regole e vantaggi che derivano dall’appartenenza all’Ue. Intanto i parametri del mercato unico verranno confermati anche quando Londra lascerà l’Unione, così le merci e i servizi e le persone continueranno a muoversi come prima. La May chiede che le future decisioni che modificheranno le regole attuali vengano poi concordate con Londra che, però, sarà in una posizione di inferiorità, perché mentre finora era uno dei più importanti Paesi di un gruppo di 28 pari, domani sarà da sola a contrattare con un blocco di 27 Stati che già avranno trovato tra loro compromessi faticosi da non rimettere in discussione per qualche bizza inglese.

Non parliamo poi dei trattati commerciali: fino al 2019, quando termineranno i negoziati ufficiali sull’uscita, l’Unione non potrà negoziare un accordo con la Gran Bretagna perché questa, formalmente, sarà ancora uno Stato membro. E dopo? Nessuno lo sa, i tempi e le incertezze sono tali che servirà un “periodo di aggiustamento”, altrimenti scatteranno barriere commerciali automatiche tali da creare shock pericolosi per tutti ma soprattutto per gli inglesi.

Durante questo “periodo di aggiustamento” di due anni che Theresa May ha proposto oggi a Firenze – due anni ulteriori rispetto ai due del negoziato in corso – la Gran Bretagna resterà di fatto un membro dell’Unione europea, anche se non parteciperà più al processo decisionale (tradotto: subirà scelte a cui prima invece contribuiva da posizione di forza). La May arriva perfino a confermare che la Gran Bretagna verserà i 20 miliardi che deve al bilancio comunitario da qui al 2020. Ma con questo clima non stupirebbe scoprire che parteciperà anche al negoziato per i successivi sette anni e che Londra continuerà a contribuire al budget Ue e a riceverne poi i trasferimenti. Ovviamente pure sulla sicurezza la May non vuole strappi: gli inglesi vogliono rimanere integrati nella prevenzione del terrorismo e – cosa non scontata – perfino nella gestione dell’emergenza migranti che, finora, hanno sempre considerato un problema del continente, non certo dell’isola.

Quindi niente Brexit. Almeno per altri tre anni e mezzo la Gran Bretagna non si staccherà davvero dall’Unione e, nel frattempo, cercherà di negoziare un rapporto con Bruxelles che sia uguale a una piena appartenenza ma con un’altra etichetta.

E’ un tradimento della democrazia? La May sta violando il mandato ricevuto dagli inglesi? Soltanto i più grezzi tra i sovranisti possono pensarlo. Quello del 23 giugno 2016 era un referendum consultivo. I politici inglesi hanno cavalcato in modo cinico (e miope, visti i risultati) paure e fobie, spargendo cifre inventate e promettendo  miracoli in caso di vittoria del “leave”. Hanno mentito e ora ne pagano il prezzo. La realtà è più complessa. Ora la May si trova a dover assecondare quegli umori, perché non può ignorare il referendum. Ma per fortuna non può neanche ignorare le regole, i valori e le procedure della antica democrazia inglese che non è stata certo spazzata via da una scelta binaria un anno fa.

Il mandato della May, insomma, non è guidare la Gran Bretagna verso una Brexit trionfante e incassarne i benefici. Ma limitare i danni di un uso irresponsabile del voto dovuto anche a una propaganda irresponsabile delle élite inglesi e in particolare del Partito conservatore di cui la May è esponente.

La vittoria del “leave” al referendum sulla Brexit non ha restituito sovranità ai cittadini inglesi. Al contrario, li ha messi in una posizione di sudditanza verso non solo la globalizzazione ma pure verso i partner europei. Un risultato di cui vantarsi.