Adesso è ufficiale. Il consiglio d’amministrazione di Atac, “riunitosi in data odierna, ha individuato nella procedura di concordato preventivo in continuità la migliore soluzione alla crisi della Società”. Così, una nota della municipalizzata capitolina dei trasporti ufficializza quanto anticipato da IlFattoQuotidiano.it il 9 agosto scorso, ovvero che l’azienda ricorrerà al giudice fallimentare per abbattere, in accordo con i creditori, il debito monstre da 1,3 miliardi di euro, situazione patrimoniale che la tiene ormai da diversi anni sull’orlo del baratro e non le permette di avere i margini di manovra necessari, in termini di liquidità, per fornire un servizio pubblico adeguato. Anche se non specificato nel comunicato ufficiale, il concordato sarà “in bianco”.

Ciò significa che nei prossimi giorni – “subito dopo l’Assemblea Capitolina del 7 settembre”, spiegano fonti qualificate dell’amministrazione – sarà presentata richiesta ufficiale al Tribunale fallimentare, dopodiché l’azienda avrà fra i 60 e i 120 giorni di tempo per presentare il nuovo piano industriale con i bilanci degli ultimi tre esercizi, l’elenco nominativo dei creditori con l’indicazione dei rispettivi crediti, una situazione patrimoniale aggiornata per consentire al giudice di verificare l’esistenza dello stato di crisi e una visura del registro delle imprese per verificare la competenza del tribunale. Per questa operazione, Atac si avvarrà del supporto della società Ernst & Young, alla quale il cda ha affidato l’incarico di Advisor Finanziario e Industriale. “Oggi abbiamo compiuto il primo passo concreto per il risanamento e rilancio della Società”, ha commentato il presidente del cda, Paolo Simioni. Per quanto riguarda il bilancio 2016, questo non è stato ancora approvato, essendo stato ritenuto più opportuno farlo durante la procedura e non poco prima.

VANTAGGI E RISCHI DEL CONCORDATO E IL GIALLO DELL’ISTANZA DI FALLIMENTO – Il grande vantaggio del concordato preventivo è che, alla data di presentazione la richiesta, si bloccano tutte le procedure di recupero crediti messe in campo dai creditori (pignoramenti, decreti ingiuntivi, ecc). Questo finché la procedura non viene omologata dal giudice fallimentare e si decidono i criteri e le quote di rimborso del debito abbattuto, a seconda della natura del creditore. Va ricordato, a questo proposito, che solo durante la prima metà di agosto sono state presentate richieste di decreti ingiuntivi per 90 milioni di euro, sia dal consorzio privato Roma Tpl, sia dalle società pubbliche Cotral e Ferrovie dello Stato. Stessa cosa dicasi per le istanze di fallimento: la richiesta di concordato le blocca, purché venga fatta prima della discussione dell’istanza stessa in tribunale. A questo proposito, prima del cda si è verificato un piccolo giallo.

Il quotidiano Il Messaggero ha dato notizia di un’istanza di fallimento presentata da parte di uno dei tre fornitori di carburante. Fonti qualificate dell’amministrazione capitolina, interpellate da IlFattoQuotidiano.it, hanno tuttavia fatto sapere che, “effettuato un controllo presso la cancelleria del tribunale di Roma, alla data odierna non vi sono istanze di fallimento presentate”, anche se l’ufficio stampa di Atac ha spiegato di non aver ricevuto indicazioni di smentire l’articolo. Lo scenario cambia quando il concordato viene omologato e il tribunale traccia la road-map dei rimborsi: “a quel punto – spiega a IlFattoQuotidiano.it l’avvocato fallimentarista Franco Lo Passo – l’azienda deve effettuare i pagamenti in maniera puntuale, altrimenti si va automaticamente in fallimento”.

SINDACATI: “UN ATTO DI GUERRA”. RISCHIO SETTEMBRE NERO – La prospettiva del concordato preventivo aveva messo in allarme i sindacati già da diversi giorni. Cgil, Cisl e Uil hanno avviato le procedure di raffreddamento propedeutiche allo sciopero, ma sono i cosiddetti “sindacatini” a preoccupare. Claudio De Francesco, segretario regionale della Faisa Confail, sul suo profilo Facebook ha commentato duramente la nota di Atac, parlando di “atto di guerra” e prevedendo “un settembre nero”, ricordando che “a luglio 2015 i lavoratori Atac hanno già fatto vedere di che pasta sono fatti”.

Il riferimento è al mese di protesta ormai noto come “luglio nero” che arrivò a mettere in ginocchio l’amministrazione allora guidata da Ignazio Marino, contribuendo alla rimozione dell’assessore ai Trasporti, Guido Improta. In sostanza, in quelle quattro settimane autisti e macchinisti si attennero rigorosamente alle regole aziendali, lasciando in rimessa tutte le vetture non rispondenti ad un perfetto funzionamento. “Atac deve rimanere pubblica – ha commentato la sindaca Virginia Raggi su Facebook, poco dopo la diffusione della notizia – e non finire nelle mani dei privati”. E ancora: “I lavoratori onesti non hanno nulla da temere. Non credete alla propaganda di chi vuole far fallire questa azienda”.

Un appello che tuttavia risponde a un pericolo reale: con il concordato preventivo, i lavoratori potrebbero vedersi messa in discussione la contrattazione di secondo livello, un “salario accessorio” da almeno 250-300 euro. Un punto su cui il presidente della Commissione capitolina Trasporti, Enrico Stefàno, è impegnato in prima persona affinché non vi siano ripercussioni sensibili sui dipendenti.