Gli Stati Uniti rafforzeranno la loro presenza in Afghanistan, invertendo così la strategia di ritiro dal Paese voluta da Barack Obama e segnando un’inversione di marcia rispetto al mantra che ha accompagnato la presidenza e la campagna elettorale di Donald Trump: America First. Ad annunciarlo è stato il presidente americano dalla base militare di Fort Myer, in Virginia, spiegando che “la micro gestione da Washington non vince le battaglie”: “Il mio istinto era di ritirarsi e storicamente mi piace seguire i miei istinti – ha spiegato – Ma in tutta la mia vita ho sentito che le decisioni sono molto differenti quando siedi dietro la scrivania dello studio Ovale”. Una situazione dovuta all’incapacità del governo di Kabul di arginare l’avanzata Taliban nel Paese, con il gruppo armato che controlla o si contende con il governo centrale circa il 40% del territorio nazionale. Ma anche al comunicato della missione della Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) che ascrive l’attentato di inizio agosto nel villaggio di Mirzawalang, nella provincia settentrionale di Sar-e-Pol, a un’azione congiunta di Taliban e Stato Islamico, una novità che ha messo in allerta i servizi di sicurezza afghani e americani. L’invio di nuove truppe, però, mostra anche la crescente influenza dei militari nelle decisioni prese dalla Casa Bianca, soprattutto dopo la recente cacciata del capo stratega, Stephen Bannon.

Trump non ha voluto rivelare il numero di soldati che andrà ad aggiungersi al contingente internazionale di 13mila uomini rimasti nel Paese asiatico, di cui 8.400 americani, né fornire le date di un intervento che, dalle parole del Commander in Chief, sembra essere a tempo indeterminato: “Le conseguenze di una uscita rapida sono sia prevedibili che inaccettabili – ha continuato il numero uno della Casa Bianca – Un ritiro frettoloso creerebbe un vacuum che i terroristi, inclusi Isis e al-Qaeda, riempirebbero subito, proprio come successe prima dell’11 settembre. Passeremo da un approccio basato sul tempo a uno basato sulle condizioni. Abbiamo detto molte volte come è controproducente per gli Usa annunciare in anticipo le date in cui intendiamo cominciare o finire le operazioni militari”. Quello di Trump rappresenta un dietrofront rispetto alla strategia di ritiro promessa dal Presidente durante la campagna elettorale che era già stato ipotizzato a maggio, quando indiscrezioni dalla Casa Bianca parlavano di 4mila uomini pronti a raggiungere Kabul.

Questa inversione di marcia provoca non pochi fastidi al Presidente in carica, costretto così a rivedere i suoi piani in politica estera. È anche per questo che lancia un avvertimento sia al governo afghano che a quello pakistano: “L’America lavorerà con il governo afghano finché vedrà determinazione e progresso. Tuttavia, il nostro impegno non è illimitato e il nostro sostegno non è un assegno in bianco”, ha avvertito. Poi, si è rivolto a Islamabad: “Dobbiamo cambiare il nostro approccio al Pakistan, non possiamo più stare zitti. Il Paese spesso concede paradisi sicuri agli agenti del caos, della violenza e del terrore. La minaccia è peggiore perché Pakistan e India sono due potenze nucleari”. Minacce alle quali sono seguite quelle dei vertici Taliban della Shura di Quetta, attraverso il proprio portavoce, Zabihullah Mujahid: “Fino a quando anche un solo soldato americano sarà presente sulla nostra terra e l’America continuerà la sua politica di guerra – ha scritto in un comunicato -, noi porteremo con determinazione e solennità il jihad contro di loro”.

A sbloccare la situazione e convincere The Donald ad aumentare la presenza militare in Afghanistan sono stati diversi fattori. Primo su tutti, la cacciata di Steve Bannon, promotore della politica dell’America First e di un maggiore isolazionismo internazionale degli Stati Uniti. Il suo recente licenziamento da parte di Trump, dopo le gaffe del Presidente legate alle violenze di Charlottesville, in Virginia, e le dichiarazioni alla stampa di Bannon che escludeva “una soluzione militare alla crisi con la Corea del Nord”, hanno lasciato campo aperto alla forza antagonista all’interno del governo, quella dei militari. Tra i principali artefici della svolta e del graduale allontanamento del fondatore del sito dell’ultradestra Breitbart News c’è il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, il generale Herbert Raymond McMaster. Dopo aver preso il posto di Michael Flynn, travolto dallo scandalo Russiagate, il generale ha ottenuto l’allontanamento di Bannon dal National Security Council. Oggi, grazie al supporto del Segretario di Stato, Rex Tillerson, e del Segretario della Difesa, il generale James Mattis, che hanno dovuto correggere le esternazioni di Bannon sullo scontro con Pyongyang, il guru dell’ultradestra è stato definitivamente silurato dal Presidente.

Così, con un governo dalla forte influenza militare e la necessità di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle debolezze interne, la Casa Bianca ha cambiato il proprio atteggiamento in politica estera. Tornata allo scontro con la Russia e rinnovato quello con l’Iran riguardo alle sanzioni, portata la tensione con la Corea del Nord a livelli senza precedenti negli ultimi anni, Trump ha deciso di rafforzare la presenza in Afghanistan, Paese dove gli Stati Uniti combattono una guerra contro il terrorismo che va avanti dal 2001, dopo gli attacchi dell’11 settembre.

Certo è che la situazione nel Paese ha raggiunto livelli di allerta senza precedenti dall’inizio della guerra. I Taliban hanno conquistato numerosi distretti nel corso del 2016 e, se a questi si aggiungono quelli contesi con il governo di Kabul, la loro presenza si estende sul 40% del territorio nazionale. Le azioni militari e gli attacchi terroristici degli uomini guidati dal mullah Hibatullah Akhundzada hanno fatto registrare nel primo semestre 2017 un nuovo record di vittime civili da quando Unama ha iniziato a raccogliere i dati, nel 2009: 1.662 morti, +2% sull’anno record 2016, e 3.581 feriti (-1%). A questi numeri deve essere aggiunto il risultato delle ultime indagini delle Nazioni Unite: l’attacco al villaggio a maggioranza sciita Mirzawalang, datato 5 agosto e nel quale hanno perso la vita almeno 36 persone, sarebbe stato il primo sferrato in collaborazione tra miliziani dello Stato Islamico e combattenti Taliban, nonostante le smentite dei portavoce del movimento armato afghano. Una partnership che sorprende, visto che si tratta di due gruppi avversari sul territorio, e che preoccupa perché potrebbe ulteriormente compromettere la tenuta delle forze militari di Kabul.

@GianniRosini