L’8 agosto Nabil Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, si è visto rinviare per la 15esima volta il processo. Motivo? Aver criticato su Twitter l’intervento militare in Yemen e aver denunciato, sempre su Twitter, le torture compiute nel 2015 nella prigione di Jaw a seguito di una rivolta. Per questo rischia 15 anni di carcere per “diffusione di notizie false in tempo di guerra”, “offesa a un pubblico ufficiale” (il ministro dell’Interno) e “offesa a un paese straniero”.

Rajab sta già scontando una condanna a due anni, emessa il 10 luglio per “pubblicazione e diffusione di voci e notizie false relative alla situazione interna del paese”, a causa di due interviste televisive rilasciate nel 2015 e nel 2016. Non si conosce ancora la data dell’appello. Da mesi è ricoverato in un ospedale gestito dal ministero dell’Interno.

Qualche mese fa era toccato a Ebrahim Sharif, ex segretario generale della Società nazionale per l’azione democratica.

A bre, giunto al terzo rinvio, sarà invece la volta di Yaser Mawali. È stato arrestato il 29 maggio nella sua abitazione sull’isola di Muharraq, da agenti in borghese presentatisi come addetti alle consegne della ditta di spedizioni Aramex.

È accusato di aver ritwittato due post considerati offensivi nei confronti del re. Come prevede l’articolo 214 del codice penale, per chi “offende l’emiro del paese, la bandiera o gli emblemi della nazione” sono previsti sette anni di carcere e una multa pari a circa 22.500 euro.

Nei sei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman e Qatar), l’uso dei social network è fortemente ostacolato. Ma per le autorità del Bahrein pare essere una vera e propria ossessione.