Macron l’Hypocrite, altro che Macron il Liberista. Dice di essere fermamente europeista, ma lo è a senso unico: quello della Francia. Parla di diritti di tutti, e soprattutto degli altri, poi si contraddice, difende innanzitutto i diritti suoi: applica cioè allegramente la vecchia pratica politica dei due pesi, due misure. Ovviamente, la misura francese conta più delle altre. Anzi: il giovane presidente francese sostiene di avere la ricetta per guarire l’Unione Europea. Promette di volerla “ridisegnare e riprogettare” per rinnovarla e riequilibrarla – i prefissi “ri” si sprecano nel lessico macroniano, ad uso e consumo degli elettori: a settembre si vota per il Senato e lì la partita non è in discesa come per le recenti amministrative, visto il brusco calo di popolarità. Al massimo, considera paritetico il rapporto con la Germania, mentre tratta l’Italia da subalterna, come i capitani delle squadre ciclistiche coi loro gregari, che nel gergo transalpino del pedale non a caso sono chiamati doméstiques. Domestici. Che stiano al loro posto e rispettino le gerarchie.

Intendiamoci: l’enarca Macron fa benissimo a difendere gli interessi della sua patria, termine che ha sfruttato disinvoltamente fin dalla campagna elettorale, scippandolo cinicamente ai frontisti di Marine Le Pen. Il patriottismo economico, nella società globalizzata del caos, stravolge ogni paradigma finanziario, e funziona quando non si hanno altri argomenti validi. Come nel caso dell’ostracismo contro l’Italia. Pensiamo a Ventimiglia. O ai ripensamenti sulla Tav. Roma paga peccati antichi: come il gas che Mattei ottenne dal governo di Algeri, subito dopo l’indipendenza, spodestando i francesi. O, più di recente, quando Fincantieri ha scalzato la Francia, acquisendo la sontuosa commessa del Qatar per creare una vera e propria flotta, comprese le dotazioni di protezione e di armamento, nonché una manutenzione quindicennale: due mini portaerei, quattro corvette, due pattugliatori. Tutto verrà prodotto in Liguria. Consegna entro i Mondiali di calcio del 2022. Doha ha punito Parigi per le forniture militari all’Egitto col finanziamento degli Emirati Arabi Uniti, nemico del Qatar.

Dunque, Macron sa quali risentimenti covano nell’operazione Fincatieri di Saint-Nazaire, santuario della produzione navale militare francese. Mentre sta per annunciare tagli alla spesa pubblica, ha bisogno di una compensazione che distragga l’opinione pubblica: non solo ci hanno fregato col Qatar, ma ora ci comprano un asset non cedibile, questi inaffidabili italiani. Dimenticando che semmai, la bilancia del compro e vendo pende a loro favore, e non da oggi. Le acquisizioni francesi in Italia sono state a go-go: banche, made in Italy, tentativi di scalata a Telecom, per esempio. Scorribande impunite di corsari della finanza che raccattano gruppi risanati coi soldi italiani.

C’è poi la maldestra “operazione Libia” gestita da Macron che ha messo in piedi un vertice tra Al Sarraj e Haftar a Parigi, durato l’espace d’un matin. Haftar, infatti, ha attaccato Al Sarraj, definendolo un “fanfarone” e uno che non conta nulla Tripoli. Dopo la richiesta di Al Serraj, delle navi militari italiane libere di solcare le acque territoriali tripoline, ha replicato con la solita grandiosità annunciando che intende aprire degli hotspot a Tripoli con o senza l’assenso di Bruxelles: “Voglio inviare missioni dell’Ofpra (l’ufficio francese di protezione per i rifugiati e gli apolidi, ndr) negli hotspot italiani e sono pronto ad inviarli in Libia. Gli altri Paesi europei sono riluttanti, cercheremo di farlo con l’Europa. Ma noi, la Francia, lo faremo. Entro quest’estate”.

Al solito, lo smorzatore Paolo Gentiloni che non è cuor di leone si è mostrato prudente: “Noi restiamo fedeli alla nostra agenda che ci impegna sul piano dell’accoglienza a cui non rinunciamo…”, l’impegno a discutere con le ong nuove regole, nonché “l’ulteriore passo” di assistenza alle autorità libiche per il controllo del loro territorio. Chiaro l’intento di Macron: infilare la flotta francese nelle acque territoriali tripoline promesse all’Italia da Al Sarraj.

Non contento di intralciare il ruolo italiano nella questione libica, Macron agita la scure contro Fincantieri, che è un gruppo pubblico. Così, di fatto, Macron minaccia lo Stato italiano. Vuole il 50% della proprietà. Roma rifiuta lo schema proposto da Parigi. Macron scegli l’opzione di nazionalizzare i cantieri. L’Eliseo blinda i cantieri legati alla Difesa. Vuole gestire da sola il business militare. Ovviamente l’azienda italiana ricorda che ha già acquisito dalla società sudcoreana (fallita) il 66,7% dei cantieri francesi. Tutto nell’ambito delle normative europee cui la Francia dovrebbe attenersi. Macché. L’Hypocrite fa orecchie da mercante. I cantieri di Saint-Nazaire sono “competenza strategica nazionale”.

Proprio due giorni fa François Pinault – tramite Artémis, la holding di famiglia – ha ceduto la compartecipazione che deteneva in Fnac Darty (24,3% valutato 452 milioni di Euro) vendendo la quota, minoritaria ma pur sempre la più importante, alla tedesca Ceconomy di Dusseldorf, ex divisione di Metro, il gigante della distribuzione di elettrodomestici. Nessuno ha gridato allo scandalo. Eppure, quella di Fnac è un insegna un po’ mitica, fondata nel 1954 da due ex militanti dell’estrema sinistra per rendere i prodotti culturali accessibili a tutti. Un’icona francese che più francese non si può. Il cambiamento d’azionariato è stato vigoroso, fa di Ceconomy un’azionista di minoranza, ma in posizione di forza. Con ironìa, Le Monde ha titolato: “Tedesca la prima lingua per Fnac Darty”. E’ probabile che i tedeschi puntino ad un maggiore controllo. E’ nel gioco delle acquisizioni.

Con gli italiani, invece, Parigi ha alzato le barricate. In barba ai sorrisi, alle strette di mano e alle parole d’amicizia rivolte all’Italia. Inutile negarlo: sta scoppiando la guerra dei soldi tra i due Paesi. E del Mediterraneo, con la questione libica. L’ultimatum dell’Eliseo è la goccia che fa traboccare il vaso: inaccettabile. Ha ragione Giuseppe Bono, l’amministratore delegato dell’azienda italiana a sbottare: “La nostra pazienza è finita”. L’ultimatum è visto dal ministro Carlo Calenda come un’offesa che non può essere subìta: “Anche per una questione di dignità e di orgoglio nazionale”. I coreani vi andavano bene, perché gli italiani no?

Il problema è che Macron ha appena vinto le elezioni e per cinque anni sarà lui a comandare, in Francia. Mentre il nostro governo va avanti di conserva, ed è sempre sotto tiro. La Francia fa sistema. L’Italia va a bande. Macron e la Merkel sottoscrivono accordi nell’ambito strategico dell’apparato militare industriale, uno dei progetti più ambiziosi è la costruzione di un superjet Kombat (lo ha scritto il sito Jane) e di droni altamente sofisticati. Gli italiani seguono invece le intese con gli americani (vedi F-35): declassandosi ad assemblatori.

I francesi hanno scalato i nostri settori strategici, i loro sono santuari intoccabili. Al massimo ci lasciano comprare l’aeroporto di Nizza, o il caffé Carte Noire. La Campari vende il whisky ma conquista il Grand Marnier. C’è uno studio Mediobanca che ha confrontato i maggiori gruppi italiani quotati in Borsa con quelli francesi, inglesi e tedeschi. La radiografia è deprimente: siamo povera cosa, rispetto agli altri. Soprattutto quando operiamo all’estero: nani contro giganti.