Non voleva uccidere, ma soltanto resistere al controllo della polizia, quando con un coltello di 7,5 centimetri ha ferito a un braccio l’agente di polizia che con i colleghi voleva controllarlo in stazione Centrale a Milano. È questa riflessione che ha portato il giudice per le indagini preliminari di Milano, Maria Vicidomini, a disporre per il 31enne originario della Guinea identificato con il nome di  Saidou Mamoud Diallo, l’obbligo di firma e non la custodia cautelare in carcere per tentato omicidio come invocata dal pm Paola Pirrotta durante l’udienza di convalida dell’arresto. L’uomo, denunciato in passato per minacce lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, è stato in silenzio scegliendo di avvalersi della facoltà di non rispondere. Un passato, che considerati i diversi alias forniti dall’uomo che aveva chiesto asilo politico, in Italia inizia nel 2015. Da allora a oggi era stato indagato a Torino e su di lui pendevano due provvedimenti di espulsione: un emesso dalla Questura di Sondrio il 4 luglio scorso, uno da quella di Cuneo il 7 dicembre dell’anno scorso. L’altro giorno la lotta tra lui e gli agenti è sfociata nel ferimento di un poliziotto a una spalla: quattro giorni di prognosi probabilmente anche grazie al giubbotto antiproiettile, bucato dalla lama.

La “condotta” di Diallo, difeso dall’avvocato Nicoletta Collalto, “non travalica nel tentato omicidio” e la resistenza, assieme agli altri due reati contestati, il porto abusivo d’arma e le minacce aggravate, non giustificano la custodia cautelare in carcere spiega il giudice che ritenuto il gesto dell’accoltellamento non autonomo, ma un post factum. Dopo l’atterramento da parte dei poliziotti lo straniero ha tentato di districarsi e ferito con la punta della lama chi lo aveva placcato. Per il giudice, infatti, “si ha ragione di ritenere” che per le tre contestazioni la “pena finale” dopo un eventuale processo non sarà superiore “ai due anni” e dunque l’uomo potrà godere della sospensione condizionale. E quindi non si può applicare la custodia preventiva in carcere. Inoltre, il gip fa notare anche che l’uomo ha solo precedenti “dattiloscopici”, ossia identificazioni, segnalazioni, denunce, e non precedenti penali con sentenza definitiva. Per quanto riguarda il fatto avvenuto in stazione Centrale, il gip spiega, nelle sei pagine di provvedimento, che Diallo ha tenuto una condotta “finalizzata” a contrastare “un atto d’ufficio” come l’arresto, non travalicata nel tentato omicidio e l’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale, tra l’altro, “assorbe” anche quella di lesioni nei confronti dell’agente. “Un provvedimento chirurgicamente giuridico” dice il difensore dell’indagato.

Per Diallo il gip ha disposto l’obbligo di firma per tre volte alla settimana in una stazione dei carabinieri. “Fisicamente ora io non so dire dove si trovi”, ha spiegato il legale che durante l’udienza aveva chiesto una misura meno afflittiva del carcere. L’uomo, che girava con un sacco a pelo e non aveva una dimora fissa, è stato quindi preso in carico dall’Ufficio Immigrazione della Questura per valutare la sua posizione: due i possibili destini, una volta completata la pratica, il trasferimento in un Cie o una espulsione. In relazione a un eventuale rimpatrio in quanto irregolare, però, bisognerà tenere conto anche del fatto che l’uomo è attualmente indagato e sottoposto a misura cautelare in un procedimento penale in Italia. Nessun fascicolo, invece, è stato aperto dopo il fatto con eventuali ipotesi di terrorismo, anche perché la frase “voglio morire per Allah”, che l’uomo ha detto mentre veniva portato in Questura, è stata ritenuta da investigatori e inquirenti un’espressione pronunciata in un momento di alterazione.