In primo grado era stata condannata all’ergastolo, ma oggi la Corte di Assise di appello di Bologna ha assolto perché il fatto non sussiste Daniela Poggiali, 45 anni, ex infermiera alla sbarra per l’omicidio di una sua paziente 78enne all’ospedale di Lugo, nel ravennate. L’imputata in primo grado fu condannata a Ravenna all’ergastolo perché riconosciuta colpevole di avere iniettato una dose letale di potassio all’anziana. L’imputata, secondo l’accusa, subito dopo si fece un selfie con il cadavere.

I giudici della corte d’Assise di Ravenna, in primo grado, invece avevano deciso il fine pena mai dopo quasi otto ore di camera di consiglio. La donna, che disse che era solo per sfortuna che i pazienti morissero durante il suo turno, era indagata per un’altra decina di morti sospette in corsia: durante i suoi turni ci furono una novantina di morti in più rispetto alla media dei periodi senza di lei. I giudici hanno disposto l’immediata liberazione della donna che era in carcere dall’ottobre del 2014.

L’8 febbraio il pg Luciana Cicerchia aveva chiesto la conferma dell’ergastolo sostenendo che “da qualsiasi parte si esamini la vicenda, non vi sono spazi per soluzioni diverse da una conferma del giudizio di responsabilità o alternative a sanzioni che lo Stato deve dare di fronte a condotte di questa gravità. Il 22 febbraio i giudici però avevano disposto una perizia medico legale sulle cause della morte della paziente. L’imputata si era quindi rivolta alla corte: “Vorrei dire al Presidente e a questa Corte che adesso avete elementi in più per giudicare questa vicenda assurda e dolorosa per me e per restituire giustizia a Rosa Calderoni”. Prima dell’imputata aveva parlato in controreplica il suo legale storico Stefano Dalla Valle, il quale tra le altre cose aveva detto che “quando la Poggiali uscirà dal carcere, la prima cosa che farà sarà andare a casa dei familiari a chiedere scusa”.

A luglio in aula c’era stato un vero e proprio scontro tra consulenti. Secondo i periti nominati dai giudici non era possibile affermare che la 78enne fosse morta per ”causa patologica naturale a insorgenza acuta”, vedi certe malattie del cuore. Ma è anche vero che il quadro clinico della paziente era ”solo in parte compatibile” con una somministrazione di potassio ”a livelli letali” e che l’applicazione dell’innovativo metodo per il calcolo del potassio atteso al momento della morte della 78enne, ”non trova analoghe applicazioni in letteratura, per quanto di nostra conoscenza” avevano scritto i periti della Corte. Su questo punto i consulenti di Procura Generale e difesa – in aula tre per parte – si erano confrontati in maniera accesa rimanendo alla fine tutti arroccati sostanzialmente nelle proprie posizioni.