I sindacati dell’Ilva di Taranto, Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil e Usb, hanno proclamato per giovedì uno sciopero di quattro ore contro gli esuberi previsti dai piani delle due cordate in corsa per aggiudicarsi il gruppo. Appare ben lontano dunque l’accordo sindacale che, ha ricordato il ministero dello Sviluppo economico, è “condizione sospensiva per il trasferimento all’acquirente dell’azienda”. Del resto a fronte dell’attuale organico Ilva, che è di 14.220 lavoratori di cui circa 2.400 in cassa integrazione, Am Investco (Marcegaglia e ArcelorMittal), la cui offerta è stata giudicata la migliore dai commissari, manterrebbe nel breve periodo 9.400 occupati, 4.800 in meno rispetto a oggi. E scenderebbe ulteriormente a 8.400 nel 2023. Acciaitalia (Arvedi, Cdp, Delfin e Jindal) calerebbe invece subito a 7.800 unità per poi salire a 9.800 nel 2023 e 10.800 nel 2024. A cui si devono aggiungere, già a partire dal 2017, ulteriori 2mila addetti alla realizzazione del piano ambientale, che secondo la cordata “saranno poi integrati negli organici dall’Ilva, non appena terminata la realizzazione del Piano”.

Il ministero dello Sviluppo dal canto suo fa sapere che “nessun lavoratore” dell’Ilva “sarà licenziato e/o lasciato privo di protezione” perché “tutti i lavoratori non assunti dall’acquirente rimarranno in capo all’amministrazione straordinaria per la durata del programma e potranno essere impiegati nelle attività di decontaminazione eseguite dalla procedura”. Sia il Mise sia Acciaitalia imputano poi la responsabilità degli esuberi al piano ambientale che prevede una limitazione della produzione fino a quando sarà completato. “La produzione di Ilva è limitata per i prossimi anni, a 6 milioni di tonnellate, fino al completamento del piano ambientale. Tale limite costituisce una prescrizione del Ministero dell’Ambiente per garantire il rispetto degli standard emissivi”, ricordano fonti di via Veneto. “Il dato sugli esuberi è temporaneo ed è legato alla produzione a carbone discendente dall’indicazione del ministero dell’Ambiente nel piano ambientale, che blocca a 6 milioni le tonnellate della produzione contro la legge che ne prevede 8”, conferma una fonte vicina a Jindal, parte della cordata perdente. “Il limite va imposto alle emissioni e non alla produzione. O forse si voleva agevolare il piano di ArcelorMittal? Se non avessero posto il limite a 6 milioni di tonnellate, il sacrificio occupazionale sarebbe stato inferiore e avremmo potuto da subito sterilizzare la produzione e abbassare le emissioni”.

Il ministero si è limitato a far sapere che l’offerta di Am Investco “è suscettibile di miglioramento, per espressa dichiarazione di disponibilità dell’offerente, e sarà oggetto di un confronto con i sindacati nella trattativa per il raggiungimento dell’accordo sindacale”. E “tale accordo è condizione sospensiva per il trasferimento all’acquirente dell’azienda”. “Speriamo che l’incontro di domani su Ilva diventi un incontro utile e non semplicemente una volontà del governo di scaricare su di noi la responsabilità di dire sì ai tagli occupazionali”, ha commentato il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

Le rappresentanze sindacali unitarie dello stabilimento siderurgico jonico, il più grande e importante del gruppo, si dichiarano però “indisponibili a negoziare sui piani industriali presentati. I piani”, sostengono, “vanno riscritti garantendo salute, ambiente, occupazione e salari”. I sindacati ribadiscono “la necessità di costruire una piattaforma rivendicativa che preveda il coinvolgimento della città. Ambiente, salute e lavoro sono imprescindibili per il rilancio di Ilva e della provincia ionica già fortemente in crisi”. Lo sciopero riguarderà i lavoratori diretti e degli appalti, in concomitanza dell’incontro con presidio sotto la portineria – direzione fino a termine della riunione al Mise. Subito dopo verranno programmate le assemblee e messe in campo ulteriori iniziative di mobilitazione.