“Ha fatto harakiri per amore”, hanno scritto sui giornali quando il 3 settembre 2011 si è ucciso Massimiliano Chiamenti, nato a Firenze e morto a Bologna all’età di 44 anni. Lui, che lo avrebbe fatto volentieri in pubblico, alla Mishima, ma non ha potuto. Sei anni dopo la morte del poeta, punk e filologo, gli amici dalla fanzine Idioteca, di cui era uno degli autori, e della fanzine Lungi da me organizzano il 25 maggio una serata di ricordo pubblica e collettiva all’XM24 di Bologna. Pubblichiamo un contributo della scrittrice ed ex direttrice dell’Idioteca Alice Diacono. Illustrazione di Damiano Pergolis.

Riassumendo in breve e brutalmente, le cose stavano così: Massi era un tossico, sieropositivo, gay, poeta, artista, professore, dantista, filologo, Patty Smith sapeva le sue poesie a memoria nella Firenze degli anni Ottanta in piena new wave fiorentina, Ferlinghetti lo scelse per aprire la succursale italiana di City Lights e gli pubblicò un libro, ma, citando un suo racconto, “stringi stringi, era pur sempre un tossico“.

Negli anni Novanta la sua carriera universitaria andava alla grande, era un dantista stimato, come anche quella di poeta underground e intanto frequentava la scena rave, tanto che la sua poetica prese a piene mani dai ritmi della musica techno dei rave party clandestini. Insomma, tutto sembrava andare liscio in una vita d’artista tormentata, ma in qualche modo contenuta, fino a che, quando Massi aveva 30 anni, suo padre morì.

Da allora si trasferì a Bologna, dove cominciò a insegnare in vari licei e scuole private e la sua tossicodipendenza peggiorò così come i rapporti con la famiglia. Come professore era davvero pessimo, semplicemente perché non era il suo ruolo. Lui era un artista e uno studioso, totalmente inadatto a relazionarsi con dei ragazzi o insegnare.

Noi della fanzine Idioteca lo conoscemmo per strada, a delle feste. Era molto più grande di noi. All’inizio lo chiamavamo “il poeta punk”e girava la leggenda (poi confermata) che si era ficcato un microfono su per il culo durante una performance. Insomma, era circondato da un’aura mitologica di trasgressione e insieme autorevolezza accademica per cui diventammo molto amici e in pratica la sua unica famiglia per gli ultimi anni della sua vita.

Nella primavera del 2011 la sua condizione pisco-fisica peggiorò notevolmente a causa del mix tra i farmaci antiretrovirali che prendeva per l’hiv e quelli per disintossicarsi dall’eroina che gli davano al Sert, che lui mischiava alle anfetamine. A scuola lo spostarono da professore a bibliotecario e la sua vita sessuale si fece sempre più mercificata, cosicché lui e il suo compagno si misero a fare le marchette per comprarsi la roba.

Divenne tutto molto confuso ad un certo punto: cominciò ad avere manie di persecuzione, si chiudeva in casa per giorni convinto che i vicini di casa volessero ammazzarlo o irrompeva alle nostre riunioni o feste facendo scenate incredibili dicendo che noi stavamo complottando per ammazzarlo, si metteva ad urlare la notte per strada e chiamava la polizia facendo loro i nostri nomi per testimoniare su cose totalmente assurde. A quel punto era estate e tutti sapevamo che dovevamo andare via da Bologna, ma la situazione era grave ed eravamo seriamente preoccupati per lui così, prima che gli facessero un TSO, decidemmo di andare a parlare con gli operatori del Sert che lo seguivano. Ci dissero che l’unica cosa che potevano fare era proprio il TSO, che avremmo dovuto firmare un foglio e che sarebbero andati a casa sua e avrebbero potuto sfondare la porta e usare la forza e cose del genere, e in più, che se lui avesse chiesto chi li aveva chiamati, per legge, loro avrebbero potuto fare i nostri nomi e quindi, secondo la sua logica del momento, confermare le sue teorie complottiste sul fatto che noi lo volevamo uccidere. Fummo molto combattuti per qualche giorno, ma prendemmo la ferma decisione che “no, il TSO no”, andava contro tutto quello in cui credevamo. A fine luglio lasciammo la città con un enorme peso sul cuore, ma avevamo tutti età comprese tra i 20 e i 25 anni, non avremmo potuto fare di più, o almeno questo è quello che mi sono sempre detta per riuscire ad andare avanti. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto.

Agosto è un mese che ti stritola se stai in città e sei solo, e se non hai molto equilibrio mentale di sicuro la solitudine, che si scioglie e si fa tutt’uno con l’asfalto bollente, te lo fa perdere completamente. Non so cosa successe di preciso, ma posso immaginarlo. Il suo compagno se ne andò anche lui. Qualche giorno dopo mi chiamò per dirmelo e poi dopo un po’ mi chiamò di nuovo e mi disse che era preoccupato, che Massi non gli rispondeva più da tre giorni e io gli dissi di non preoccuparsi, che lo faceva spesso, di sparire e tenere il broncio, che anche questa volta si sarebbe risolta in qualche modo. Non ci credevo tanto neanche io ma non rispondeva al telefono neanche a me, ma del resto l’aveva fatto decine di volte, ci dovevo credere e basta.

Agosto era finito. Il 3 settembre, al mattino, mi squillò il telefono. Era il suo compagno, che mi urlava : “C’E’ SANGUE!! C’E’ SANGUE DAPPERTUTTO!! SI E’ UCCISO QUEL FIGLIO DI TROIA SI E’ UCCISO! L’HA FATTO DAVVERO!”

Aveva chiamato i vigili del fuoco che erano dovuti entrare dal tetto perché la porta era blindata. Quando l’avevano aperta da dentro lui vide la scena dall’esterno, ma non lo fecero entrare. Per questo non capivamo come si fosse tolto la vita.

I pochi che erano già tornati a Bologna andarono subito e li portarono in questura dove restarono tutto il giorno, per ore infinite, ad aspettare. Ma agli sbirri non fregava niente di chi fosse lui o cosa faceva e perché, erano interessati solo a sapere da dove venisse tutta la droga che c’era in casa e facevano domande solo su quello e allusioni e battutine sul fatto che fosse un tossico frocio, domande con dei presupposti antropologici, ideologici e umani da far accapponare la pelle, e soprattutto, alle nostre richieste di capire come fosse successo, non ci hanno mai risposto.

Io presi il primo treno per Bologna e arrivai nel tardo pomeriggio, ci ritrovammo insieme sconvolti.

Ecco, pensavo io nella disperazione, ecco, avremmo dovuto farglielo fare il TSO, almeno adesso tutto questo non sarebbe successo. “No” mi disse Mirko “tu non puoi sapere come sarebbe andata, magari lo tenevano dentro un mese, ma poi l’avrebbe fatto lo stesso”.

“Ha fatto harakiri per amore”, così scrissero i giornali il giorno dopo. Ecco come era successo, quel coglione si era ficcato un coltello nella pancia, ecco come era successo, gli sbirri lo avevano detto ai giornalisti ma non a noi, che lo venimmo a sapere così. Ovviamente tutti gli articoli calcavano sul fatto che lui fosse omosessuale, una povera checca isterica che aveva deciso una fine melodrammatica perché il suo compagno stronzo l’aveva lasciato. Ecco come dipinsero la faccenda.

Il giorno dopo, uscendo dal portone di casa incontrai quelli de Lo Stato Sociale che ancora non erano famosi come sono ora, che lo conoscevano. Andavamo spesso nella cantina che era il loro “quartier generale” e Massi era diventato anche loro amico. Diedi loro la notizia e ricordo che la loro reazione fu davvero straziante, tanto che poi decisero di dedicargli il loro album (non so se fosse il primo).

Siti di poesia e letteratura, associazioni gay, centri sociali,istituzioni accademiche, tutti scrissero abbondanti coccodrilli ma noi tutta questa gente non l’avevamo mai vista, non sapevamo, eravamo confusi, ci chiedevamo dov’erano tutti quando c’è stato da decidere o no se firmare quel foglio per il TSO, dove erano tutti quando lui faceva le sue ultime performance e c’eravamo solo più noi, dove erano tutti quando piangeva come un bambino perché il Subutex lo faceva stare male o quando veniva a suonare il citofono a casa nostra nel cuore della notte, dove?

Dopo qualche giorno la madre, che non l’aveva mai accettato per così com’era, venne a Bologna, prese il corpo e lo portò a Firenze dove gli fecero il funerale in forma privata, non dandoci modo di partecipare in alcun modo. Non gli potemmo fare neanche il funerale, e anche tra di noi calò una specie di silenzio per cui non ne volemmo parlare per molto tempo; molti, per questo e altri motivi, cambiarono città e anche paese, e, per questo e altri motivi, l’esperienza Idioteca, dopo quasi quattro anni, finì.

L’ultimo suo libro si intitolava “evvivalamorte” e la dedica che portava in esergo diceva: “A NOI della IDIOTECA e alla faccia di chi ci vuole male”. Ora per la prima volta, dopo tanti anni, riorganizzando questa serata abbiamo riaffrontato la cosa e ne abbiamo parlato tra di noi apertamente. Questa serata, per noi, è come un modo per fare il funerale a cui ci è stato impedito di partecipare, di elaborare un lutto che non è mai stato elaborato, portandomi ad esempio, a vederlo spesso in altre persone che scambio per lui, sotto i portici o ai concerti o nei locali.

E questa, purtroppo, è una storia totalmente, completamente, vera.