“Attore dilettante, pittore professionista”. A 10 anni dalla morte di Dario Fo potremmo praticamente parlare di scoop. Dario Fo pensa per immagini è il titolo intuizione, manifesto, epifania, che l’editore Rizzoli Lizard ha inventato per raccogliere una cornucopia pittorica di inestimabile valore. Più di trecento pagine che vanno ben oltre l’illustrazione stilizzata della storica locandina del Mistero Buffo, quella del giullare medioevale a braccia alzate, e che comprendono una quantità infinita di disegni, acquerelli, chine, bozzetti a matita e gessetto, autoritratti dal sapore cubista, figure volanti chagalliane e allegorici sdoppiati arlecchini, prospettive di scena modello Teatro Olimpico di Vicenza o semplici fondali ingannatori firmati Fo. “Ho disegnato, dipinto, inciso e inventato fondali e bozzetti di costumi per ogni commedia messa in scena da sessant’anni in qua. Per ogni spettacolo ho prodotto pitture sia a tempera che a olio che illustrassero le storie e i giochi scenici di un’opera”, ricordava l’attore e drammaturgo di origine varesina.
Una “progettazione visiva” che accompagna il premio Nobel per la Letteratura 1997, corpo sui palchi teatrali ed Accademia di Brera nel cuore, fin dagli anni cinquanta in cui tirava la carretta per Franco Parenti e il mimo Jacques Lecoq. Costumi e scene senza distinzione gerarchica. Maschere e prospettive come se piovessero colori e matite. “Il confine tra pittura e teatro sembra non sia mai esistito davvero”, scrivono gli autori del volume Guido Harari, Stefano Bertea e la nipote del maestro, Mattea Fo. Insomma, Dario prima di mettere in scena, di praticare il teatro, lo creava disegnandolo. Le immagini “sterminate” raccolte in questo libro sono “il punto in cui l’idea e la sua rappresentazione coincidono, in cui vedere e sapere sono ancora la stessa cosa”. Ma soprattutto tra le pagine di Dario Fo pensa per immagini c’è la passionaccia, che sembra un automatismo, del giullare che compone quei movimenti plastici che vedremo in scena prima di tutto sulla carta. “C’è una gioia fisica nei cromatismi di Fo che non ha nulla di decorativo, è energia pura”, scrivono i tre autori.
Ed è qui che entra in scena, metaforicamente scrivendo, Franca Rame. Perché è lei “l’archivista instancabile”, la “custode di un patrimonio”, ma soprattutto “la prima testimone del metodo”, nonché una vera e propria musa ispiratrice. E nella giornata in cui esce in libreria questo variopinto e prezioso gioiello testimoniale di un’arte, che inaspettatamente supera quell’altra che a Fo aveva perfino permesso di vincere un Nobel, ecco anche la targa comunale. Da oggi Largo Fo si trova ufficialmente all’altezza della stazione M4 Sforza Policlinico di fianco ai chiostri della Statale dove per la prima volta Fo mise in scena durante un’occupazione sessantottina il Mistero Buffo. “Oggi è un giorno di fierezza per Milano. Franca e Dario riposano uno sopra all’altro al Famedio, ma, come avevamo deciso, allo scadere esatto del decennio dalla sua scomparsa, senza aspettare una sola ora in più, intitoliamo questo spazio a un genio”, ha affermato il sindaco di Milano Beppe Sala mentre ha scoperto la targa. “Abbiamo scelto questo luogo pensando che così tanti giovani potranno passando di qua lasciarsi incuriosire e poi andare a casa e vedere le tante cose che ci sono negli archivi della televisione”. “Ringraziamo il Comune per questa azione, questa aggiunta toponomastica, che spero segni l’inizio di una collaborazione attiva con l’amministrazione”, ha chiosato non senza una punta di polemica Mattea Fo, nipote del maestro e curatrice del libro. “Perché la memoria non può essere legata solo alla memoria, ma deve arrivare nei teatri, per coinvolgere le nuove generazioni nei loro testi”.