La politica delle pacche sulle spalle che non porta frutti per la crisi greca. L’Eurogruppo, sostanzialmente non decide nulla e rimanda tutti i giochi al mese prossimo, quando bisognerà fare un altro “pit stop” ai conti greci su cui pende il rischio delle clausole di salvaguardia, che potrebbero far scattare un altro aumento dell’Iva e un altro taglio a pensioni e stipendi, se non si troveranno coperture ai buchi di bilancio che ci sono.

L’incontro è iniziato con il consueto ritornello circa la partecipazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) alla squadra dei creditori internazionali, su cui ormai si discute da un biennio. Ad Atene si sta consumando lo scontro tutto politico tra Washington e Berlino su come è stata gestita, sin dall’inizio, la crisi ellenica. Se il numero uno del fondo, Christine Lagarde, ha mostrato nel recente passato un piglio più pragmatico e conforme alla reale situazione dei conti greci, da Berlino invece la replica è stata sulla stessa lunghezza di sempre: l’integralismo al 100%. Non va dimenticato che è dal 2015 che il Fmi insiste sulla non corrispondenza dei numeri ellenici e delle medicine somministrate dalla troika, così come rivelò un alto dirigente del fondo. Ma si è trattato di osservazioni rimaste inascoltate dai due terzi della troika.

Di fatto, l’Eurogruppo non è riuscito a superare le differenze tra Berlino e il Fondo monetario sulla questione della liquidazione del debito greco, ma ha anche inviato un segnale che rimanda al prossimo 15 giugno. Ancora una volta si prende tempo, quando invece di tempo ce n’è veramente poco: per tutti. Per la Grecia che deve restituire una tranche da 7,4 miliardi di euro, per Bruxelles che deve spedire altri 7 miliardi nel pozzo senza fondi di Atene, e per cittadini e imprese che ancora non conoscono il proprio destino tra leggi che cambiano ogni mese e una totale incertezza che fa male anche ai mercati e agli investitori internazionali.

La Grecia ha soddisfatto 100 requisiti su 140, come ha osservato il Commissario europeo alle finanze Pierre Moscovici, e sarebbe il caso di osservare che già questo è uno straordinario sforzo effettuato, tenendo in debita considerazione le posizioni iniziali e i tre step di altrettanti memorandum con tagli, lacrime e sangue. Un passaggio che il governo greco dovrebbe sottolineare maggiormente con i creditori: chiedere di più a pensionati e famiglie non è ragionevolmente possibile. L’Italia, la Francia e la Commissione europea hanno sostenuto dall’interno la posizione greca, rilevando durante l’Eurogruppo la necessità di un accordo globale immediato. Ma il problema è un altro: se il terzo memorandum siglato dopo le elezioni del 2015 legava mani e piedi la Grecia alla troika sino al 2050, oggi si parla ufficiosamente di altri dieci anni di protettorato, in un pasticcio di cui non si scorgono né i perimetri né i limiti temporali.

Per quanto tempo la troika, ovvero gli Stati membri, potranno continuare a prestare denaro ad Atene? Per quanto ancora i governi ellenici prometteranno la fine dell’austerità per poi (il mese dopo) avallare altri sacrifici così come sta accadendo al centro dell’Egeo? Cosa c’è da migliorare in un memorandum che non sta producendo ripresa né diminuzione del debito?

A latitare è la chiarezza e la strategia, da parte di tutti: occorre un drastico cambio di passo nella gestione della crisi, quantomeno con quella certezza di dati che, da tre anni, chiede il Fondo monetario internazionale. La politica dell’arroccamento (Berlino) e delle promesse elettorali (Atene, ma anche Parigi e Londra) sforna solo altro caos e non risolve i problemi, ancora aperti, che ci sono sul tavolo. Le riforme occorrono e sono produttive, ma se hanno una strutturazione logica e programmatica. Non se devastano la sanità e le imprese così come in Grecia sta accadendo.

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