Triplete. È la magnifica ossessione della Juventus di Massimiliano Allegri: “Abbiamo fatto solo un passo: siamo al momento clou, non dobbiamo mollare nulla”, ha detto il tecnico subito dopo lo 0-0 del Camp Nou. Ed in effetti il traguardo è davvero vicino dopo il capolavoro di Barcellona. Il sesto scudetto consecutivo è quasi in bacheca, solo quattro partite separano i bianconeri dal trionfo totale: la finale di Coppa Italia contro la Lazio, la semifinale e poi eventualmente la finale di Champions League a Cardiff. Vincere tutto. Un’impresa riuscita solo all’Inter di José Mourinho nella storia del calcio italiano.

Gli interisti sperano di conservare quello che pareva un primato irripetibile, gli juventini non vedono l’ora di cancellare il record dei rivali che non hanno mai digerito. Non a caso parliamo delle due squadre italiane più forti dell’ultimo decennio. Il parallelo viene inevitabile e fa sorgere anche una domanda: meglio l’Inter di Mou o la Juve di Allegri? Di certo i punti di contatto sono tanti. A partire dal modulo: quel 4-2-3-1, la svolta tattica dei bianconeri, che sembra preso con lo stampino dalla formazione nerazzurra del 2010. Mandzukic come Eto’o, Higuain come Milito: movimenti simili, lo stesso spirito di sacrificio di centravanti che accettano di fare i terzini e permettono alla squadra di stare in campo anche con quattro o cinque giocatori offensivi, guadagnandosi una caratura internazionale sconosciuta fino a ieri. Poi il Barcellona: la stessa avversaria, la stessa doppia sfida per la consacrazione europea. E la Champions League come coronamento di un ciclo.


L’epopea nerazzurra sembra rivivere in maglia bianconera. Con le dovute differenze, ovviamente: se possibile questa Juventus pare ancora più forte di quell’Inter. Sicuramente ha più qualità: Mourinho non aveva a disposizione il talento di Dybala e la velocità spacca partite di Cuadrado, non schierava un trequartista come Pjanic sulla linea dei mediani, in difesa puntava su due terzini puri come Chivu e Zanetti e non Alex Sandro e Dani Alves, due ali arretrate a tutti gli effetti. È questa la vera grandezza della Juve di Allegri: probabilmente è dai tempi del Milan di Sacchi che non si vede una squadra italiana con un simile potenziale offensivo e una mentalità di questo tipo. Sette giocatori votati all’attacco in campo contemporaneamente, che si traducono in un atteggiamento dominante. Allegri va a giocarsela in qualsiasi stadio. Persino al Camp Nou: forte di un vantaggio di tre reti, i bianconeri anche a Barcellona hanno affrontato gli avversari a testa alta, pressandoli, al massimo andando un po’ in affanno nei momenti più difficili, ma senza mai cedere alla paura.

Mentre l’Inter, la cui impresa forse fu anche maggiore, aveva solo difeso: certo, in inferiorità numerica per quasi un’ora, e contro un Barcellona nel pieno dei suoi anni d’oro e non a fine ciclo. Ma l’impressione è stata differente. All’arsenale d’attacco la Juve abbina la “BBC”, la miglior difesa d’Europa, e un’identità che nasce dai tempi di Conte e si è consolidata sotto Allegri. Questo fa dei bianconeri la squadra più forte in circolazione al momento, a maggior ragione in una Champions League livellata verso il basso come quella di quest’anno, senza vere e proprie corazzate e con l’unica formazione di categoria superiore (il Bayern Monaco di Ancelotti) eliminata fra mille polemiche ed errori arbitrali. Quell’Inter era una squadra in trance agonistica, con tanti giocatori che giocavano oltre i propri limiti o comunque all’apice della carriera, che per due mesi avrebbe battuto chiunque. Chissà se anche questa Juventus, frutto del lavoro e della programmazione, che ha un passato e pure un futuro. Una formazione costruita per vincere tutto, ma che dopo Barcellona non ha ancora vinto nulla. Alla fine lo dirà il campo chi è o chi è stato il più forte.

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