Novanta minuti d’affanno, nemmeno di paura vera. Poi la gioia della grande impresa: la Juventus è in semifinale di Champions League. I bianconeri escono imbattuti anche dal Camp Nou, inchiodando sullo 0-0 il Barcellona del tiki-taka e delle “remuntade”. Ma la difesa all’italiana della “BBC”, la ragnatela di Allegri, lo spirito di sacrificio sono più forti anche del tridente delle meraviglie Messi, Neymar, Suarez. O comunque di questo Barcellona, volitivo, generoso ma un po’ spento, copia sbiadita di se stesso e forse arrivato davvero a fine ciclo.

I miracoli, del resto, accadono una sola volta. E quello del Barcellona era già successo negli ottavi contro il Paris Saint-Germain. La Juve non è come i francesi, si è detto e ripetuto per una settimana: i bianconeri lo hanno dimostrato sul campo, dal primo all’ultimo secondo. Non cedendo alla pressione tattica e psicologica dei catalani, raddoppiando (e a volte anche triplicando) sugli avversari più pericolosi, chiudendo in maniera sistematica tutte le linee di passaggio. Senza mai una sbavatura, un intervento fuori posto, una marcatura saltata: è stata anche la loro condotta difensiva ai limiti della perfezione a non indurre in tentazione l’arbitro Kuipers. Il fischietto olandese era uno dei protagonisti più attesi della serata, dopo le polemiche di Real Madrid-Bayern Monaco (e in fondo anche dopo il 6-1 di Barcellona-Psg): i blaugrana non hanno risparmiato tuffi, pressioni e proteste, ma lui non ha sbagliato nulla.

La Juve è uscita indenne dal Camp Nou (dove chi l’aveva preceduta, quest’anno, aveva perso sempre almeno con quattro gol di scarto) per la difesa ma soprattutto per l’atteggiamento. Già dalla formazione. Allegri non ha cambiato nulla dell’undici super-offensivo che aveva umiliato il Barcellona a Torino, e con gli stessi giocatori ha coperto il campo per novanta minuti. L’approccio giusto è stato determinante: il Barcellona ha provato a ripetere la partenza shock, che era stata uno dei segreti del successo col Psg, ma non ci è riuscita. La Juventus non ha arretrato, pressando forte e alto finché ha potuto, poi difendendo con attenzione. Pure un po’ schiacciata dalla pressione blaugrana, ha giocato sempre con la consapevolezza di chi sa che può bastare una palla per chiudere i giochi: la prima è capitata a Higuain, fuori di poco.  Esattamente come all’andata Cuadrado è stato ancora una spina nel fianco sinistro, presidiato da Jordi Alba: solo un intervento disperato di Piqué ha fermato una sua galoppata in campo aperto al quarto d’ora, poi ad inizio ripresa il destro che poteva risparmiare un altro tempo di sospiri uscirà fuori di centimetri.

Poco male. Per almeno un’ora il Barcellona non ha mai davvero impensierito Buffon. Nonostante stavolta la catena destra difensiva della formazione di Allegri abbia funzionato un po’ meno bene, soprattutto per la gran giornata di Neymar, irriconoscibile all’andata, ispiratissimo stasera. Col punteggio bloccato Luis Enrique si è giocato anche la carta Paco Alcacer, per una sorta di 4-2-1-3, con Messi libero di svariare dietro le tre punte. Più del cambio, però, è il tempo che passa, la pressione che aumenta e la benzina che ha finito per sortire qualche effetto: un’uscita a vuoto di Buffon per una buona palla a Messi (ma sul destro, il piede sbagliato), un tiro a lato di poco di Sergi Roberto, un riflesso del portiere della nazionale sul neoentrato Mascherano. Brividi che impreziosiscono la festa finale: la Juve chiude in undici nella propria trequarti e con Barzagli al posto di Dybala, ma in trionfo. Un po’ di sofferenza, qualche passaggio sbagliato di troppo, un paio di occasioni nemmeno troppo nitide sono tutto il dazio che i bianconeri hanno pagato al grande Camp Nou. La prova di maturità è superata a pieni voti. Ora la Juve è nelle prime quattro d’Europa insieme a Real Madrid, Atletico e Monaco. E forse a questo punto è anche la favorita per la vittoria finale.

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L’ATTESA: LA PIU’ FORTE DIFESA D’EUROPA CONTRO L’ATTACCO DELLE STELLE
Una pura formalità. Lo sarebbe in qualsiasi altro stadio al mondo forse, tranne che al Camp Nou: per questo il ritorno di Barcellona-Juventus è ancora la partita della vita, nonostante il 3-0 dell’andata. Rassicurante, ma fino a un certo punto. Massimiliano Allegri sa che quando l’olandese Kuipers fischierà il calcio d’inizio (e proprio l’arbitro sarà uno dei protagonisti più attesi, dopo le polemiche di Real-Bayern), i bianconeri dovranno passare novanta minuti d’inferno, tra gli attacchi dei vari Messi, Neymar e Suarez e il boato dei 100mila del Camp Nou. Solo un gol può esorcizzare lo spauracchio della “remuntada” che i catalani sventolano da giorni. Per questo “l’attacco è la miglior difesa” non è mai stato un principio così valido come stasera.

Non a caso il tecnico toscano dovrebbe affidarsi allo stesso undici titolare che a Torino umiliò letteralmente i campioni blaugrana. Iper-offensivo, ma il 4-2-3-1 ha dato ampie garanzie di coprire al meglio il campo anche in fase di ripiego. Ha recuperato Paulo Dybala, eroe dell’andata, per cui c’era stata un po’ d’apprensione per la botta rimediata in campionato a Pescara. E alle spalle di Higuain ci saranno anche Mandzukic e Cuadrado: entrambi diffidati, ma l’importanza della sfida non consente calcoli. Ad un’eventuale squalifica si penserà solo in semifinale: già esserci arrivati sarebbe una grande notizia.

Allegri non rinuncia a nessuno perché “ogni volta che abbiamo la palla dobbiamo provare a segnare”. Lo ha ribadito più volte nelle dichiarazioni della vigilia. E Luis Enrique rilancia: “Se la Juventus segnerà, giocheremo per farne 5: il Barcellona può segnare tre gol anche in tre minuti”. In Spagna ci credono, non si sa quanto fino in fondo: ma dopo lo scoramento iniziale per il k.o. dell’andata, a Barcellona è partita l’operazione “remuntada-bis”. I precedenti, d’altra parte, consentono anche ai catalani di sognare: c’è ovviamente lo storico 6-1 contro il Paris Saint-Germain. Ma soprattutto – e questo è un dato che dovrebbe forse fare più paura ai bianconeri – l’incredibile serie di goleade casalinghe in Champions in questa stagione: 7-0, 4-0, 4-0, 6-1, solo vittorie con almeno quattro gol di vantaggio quest’anno. Esattamente lo scarto che servirebbe per passare il turno. Dall’altra parte, però, stavolta non ci saranno Psg, Manchester City, Celtic o Monchengladbach. Ma la Juventus: ovvero – numeri alla mano – la difesa più forte d’Europa, con appena due reti subite in nove partite di coppa. Dovrebbe prenderne più del doppio in un match solo per uscire.

È una sfida tra statistiche, oltre che tra due scuole di calcio. L’ultima prova di maturità per i campioni d’Italia, chiamati a mantenere la calma per novanta minuti nello stadio più caldo del continente per non vanificare il capolavoro dell’andata: soffrire, magari segnare un gol per spegnere subito ogni velleità di rimonta, comunque passare il turno, non importa come. In palio c’è un posto fra le prime quattro d’Europa, con i gradi della favorita per la vittoria finale. E una pioggia di soldi: l’accesso alle semifinali garantirebbe ai bianconeri un tesoretto di quasi cento milioni di euro di premi e diritti dalla Uefa. È anche così che si diventa grandi.

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