“La spada è sempre pronta a colpire”. Con queste parole il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence ha voluto lanciare un avvertimento alla Corea del Nord al termine di una settimana di alta tensione nella regione, segnata dal rischio di un nuovo test nucleare di Pyongyang. Il numero due di Donald Trump, in visita in queste ore in Giappone, ha ribadito che Washington lavorerà con i suoi alleati per fare pressioni economiche e diplomatiche sul regime nordcoreano senza però negare l’eventualità di un intervento militare. Dal ponte della portaerei Ronald Reagan, attraccata nel porto della base Usa di Yokosuka, a pochi chilometri da Tokyo, in tenuta, Pence ha infatti ribadito che il presidente Usa Donald Trump si impegnerà con tutti i mezzi a mantenere la pace nella regione. Il numero due della Casa Bianca ha però aggiunto con una metafora che “lo scudo rimane alto e la spada pronta a colpire” e, perciò, ricordato ai circa 2500 marine presenti al suo intervento che per chi fa il loro mestiere la “reattività è tutto”.

Toni smorzati rispetto alle ultime ore. In particolare, la tensione si era innalzata lo scorso 15 aprile dopo che Pyongyang aveva effettuato un nuovo lancio missilistico – fallito – in occasione del “Giorno del Sole”, i festeggiamenti per il 105esimo anniversario della nascita del fondatore della Corea del Nord Kim Il Sung. A stretto giro sia il Segretario alla difesa Jim Mattis sia Pence, atteso proprio in quelle ore a Seul, erano tornati a condannare la provocazione di Pyongyang. Il vicepresidente statunitense era arrivato a dichiarare che il periodo della “pazienza strategica” degli Usa nei confronti della Corea del Nord era terminato. La tensione aveva raggiunto il suo apice alla vigilia della festa nazionale nordcoreana, quando è girata l’indiscrezione secondo cui Pyongyang stava preparando un nuovo test nucleare. Anche in vista di un’eventuale rappresaglia, Washington aveva annunciato l’invio di una squadriglia navale nelle acque circostanti la penisola coreana. L’11 aprile scorso era stato lo stesso Trump in un’intervista televisiva a confermare che una portaerei stava la zona per prevenire e potenzialmente “arginare” ogni possibile colpo di testa del regime nordcoreano.

Apparentemente, però, l’invio della squadriglia e della portaerei Carl Vinson, era parte di una guerra psicologica. Nelle ultime ore è stata la stessa marina Usa a diffondere immagini dell’imbarcazione a migliaia di chilometri di distanza dalla penisola coreana. Secondo l’agenzia AFP si troverebbe addirittura a largo dell’Australia. Anche il governo giapponese, con la Corea del Sud principale alleato asiatico degli States, ha richiesto a Washington, per bocca del primo ministro Shinzo Abe che in queste ore ha incontrato Pence, moderazione, sottolineando l’importanza “capitale” di una soluzione pacifica della questione nordcoreana. Al contempo, però, Tokyo spinge perché si vada oltre il dialogo con Pyogyang, per ora piuttosto sterile. Il canale cinese sembra, ancora una volta, quello più percorribile. Dall’Arabia Saudita, dove si trova in visita diplomatica, Mattis ha pubblicamente ringraziato Pechino per il suo ruolo nel mantenere la situazione nella penisola coreana sotto controllo e aperto a una collaborazione per la futura denuclearizzazione della Corea del Nord. La Cina dovrebbe intensificare pressioni su Pyongyang che al blocco delle importazioni di carbone dalla Corea del Nord dovrebbe aggiungere anche quello delle esportazioni di petrolio. Tuttavia Pechino non vuole un crollo del regime dei Kim e i rapporti commerciali e finanziari proseguono più o meno sotto traccia. Non a caso, l’amministrazione Usa avrebbe allo studio nuove sanzioni economiche contro Pyongyang da proporre al Consiglio di sicurezza Onu. Principale obiettivo: le grandi imprese di Stato e banche cinesi che aiuterebbero Pyongyang ad aggirare le sanzioni.

di Gabriele Battaglia e Marco Zappa