Per un giorno svestono idealmente il proprio camice bianco. Lasciano alambicchi e provette, per impugnare cartelli di protesta. Ed escono dai propri laboratori per scendere in piazza. Gli scienziati si sono messi in marcia. È una prima volta. “Il passo iniziale – promettono gli organizzatori – di un movimento globale in difesa del ruolo vitale che la scienza gioca nella nostra salute e sicurezza, nell’economia e nella democrazia”. Lo scenario è il National Mall di Washington, la spianata su cui si affacciano i musei della Smithsonian Institution – prestigioso centro d’istruzione e ricerca Usa – e i monumenti della storia degli Stati Uniti. Lo stesso che, nell’estate del 1963, accolse migliaia di persone venute ad ascoltare lo storico grido di libertà “I have a dream”, di Martin Luther King.

In campo anche Nature e Science
L’appuntamento con la prima “Marcia per la scienza”, che ha ricevuto tra gli altri l’endorsement di due tra le più prestigiose riviste scientifiche al mondo, Nature e Science, è fissato per il 22 aprile. Una scelta non casuale. In questa data, infatti, il mondo celebra la Giornata della Terra, e fa il punto sullo stato di salute del Pianeta. Più di 500 manifestazioni collaterali sono in programma in tutto il mondo. Per un giorno le lezioni si svolgeranno all’aperto, con i cittadini come studenti. Gli scienziati sono preoccupati dai tagli alla ricerca nel budget federale Usa per il 2018, e dal nuovo corso impresso dalla Casa Bianca alle politiche ambientali. A partire dall’ordine esecutivo presidenziale che promuove un ritorno al carbone, con emissioni dannose sia per il clima che per l’uomo.
“Un futuro in cui la società possa beneficiare di tutto ciò che la scienza ha da offrire è a rischio – afferma senza mezzi termini l’Editor in chief di Science, Jeremy Berg, nell’editoriale dell’ultimo numero della rivista pubblicata dall’American association for the advancement of science (Aaas) -. Le evidenze scientifiche vengono, infatti, sistematicamente minimizzate, quando non del tutto ignorate”.

Contro il negazionismo climatico….
I ricercatori avevano già annunciato la loro mobilitazione all’indomani del giuramento di Donald Trump come 45esimo presidente Usa, per protestare contro il “negazionismo climatico che minaccia il mondo”, e contro il cosiddetto “Muslim ban” del nuovo inquilino della Casa Bianca. Un provvedimento, poi impugnato e bloccato dai giudici, che chiudeva le porte degli Usa ai cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Scienziati inclusi.

…e i tagli alle agenzie di ricerca
Ma dall’annuncio iniziale della protesta, le ultime scelte politiche di Trump hanno offerto ai ricercatori nuove ragioni per mettersi in marcia. Nelle scorse settimane, infatti, la nuova Amministrazione Usa ha proposto nella legge di bilancio per il 2018 (il documento pubblicato da The Washington Post) pesanti tagli alla ricerca scientifica, a fronte di un aumento di fondi, +54 miliardi, per le spese militari. Tutte le principali agenzie di ricerca Usa sono interessate a quelli che la rivista Science definisce “tagli draconiani”. Fondi dimezzati per la ricerca sul clima e gli oceani del Noaa (National oceanic and atmospheric administration) e per l’agenzia di protezione ambientale (Epa). La scure di Trump non risparmia neanche la ricerca medica dei National institutes of health (Nih), che rischiano di vedersi ridotti di un quinto i propri stanziamenti. O la stessa Nasa. “Questi tagli, se attuati – conclude Berg nel suo editoriale -, danneggeranno seriamente l’impresa scientifica Usa negli anni avvenire”.

L’editoriale su Science