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Maxi bando per la ricerca, 470 milioni fermi. “Tempi decisi dal ministero incompatibili con l’avvio dei progetti”. Molti vincitori valutano se rinunciare

Le linee guida per la rendicontazione delle spese sono arrivate solo il 16 aprile e senza quelle gli atenei non potevano avviare gare per l’acquisto di strumentazioni e bandi per reclutare personale. La scadenza per l’avvio dei progetti, inizialmente fissata al 30 maggio, è slittata al 30 settembre: per i ricercatori non basta. Peraltro anche chi è in congedo di maternità dovrà rispettarla
Maxi bando per la ricerca, 470 milioni fermi. “Tempi decisi dal ministero incompatibili con l’avvio dei progetti”. Molti vincitori valutano se rinunciare
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Trecentoventisei progetti finanziati, 464 milioni di euro già trasferiti alle università e una scadenza per l’avvio delle attività che, nei fatti, era impossibile da rispettare. È da qui che parte il corto circuito del bando Fis 3, il Fondo italiano per la scienza, uno dei più ambiziosi strumenti di finanziamento individuale della ricerca in Italia. Doveva essere, nelle parole della ministra dell’Università Anna Maria Bernini, “una boccata d’ossigeno” per il sistema, dopo il taglio dei fondi di finanziamento ordinario e la fine del Pnrr. Oggi rischia di trasformarsi in un caso emblematico di risorse pubbliche bloccate. Dopo mesi di proteste rimaste senza risposta, il ministero ha comunicato il 5 maggio una proroga dei termini: la scadenza per l’avvio dei progetti slitta dal 30 maggio al 30 settembre 2026, invece del 31 dicembre come chiesto dai ricercatori. Quattro mesi in più che, però, secondo i ricercatori non risolvono appieno il problema. A scrivere e a esporsi sono stati in 222, il 68% dei vincitori (Principal Investigator), che già da gennaio avevano segnalato criticità rimaste fino a oggi senza interlocuzione diretta. “La proroga è un primo segnale, ma non cambia la sostanza”, spiegano a ilfattoquotidiano.it. “I tempi restano incompatibili con le procedure che siamo obbligati a seguire”.

Il nodo principale è temporale. Le linee guida per la rendicontazione delle spese sono state pubblicate soltanto il 16 aprile. Prima di quella data, spiegano i vincitori, gli atenei non potevano avviare gare per l’acquisto di strumentazioni né bandi per il reclutamento del personale, pena il rischio di non vedersi riconosciute le spese. “Di fatto siamo rimasti fermi per mesi”, spiegano. “E adesso ci viene chiesto di recuperare tutto in pochi mesi”. I tempi della macchina amministrativa sono incompatibili con la nuova scadenza. Per assumere personale attraverso procedure pubbliche servono in media tra i sei e gli otto mesi, per acquistare strumentazione scientifica si può arrivare fino a un anno. “Anche con il rinvio a settembre non c’è il tempo materiale per acquistare attrezzature complesse”.

Il risultato è che una parte consistente dei 464 milioni già erogati rischia di restare ferma nei conti delle università per buona parte del primo anno di progetto. Con un ulteriore paradosso: la rendicontazione intermedia, obbligatoria entro due anni e mezzo, potrebbe portare alla revoca dei fondi per quei progetti che, semplicemente, non hanno avuto il tempo di produrre risultati. “Il rischio è finanziare ricerche che non potranno essere svolte nei tempi imposti”, sintetizzano. Ma la questione dei tempi si intreccia con un problema più profondo, che riguarda la struttura stessa del sistema della ricerca. Chi ha vinto questi finanziamenti, spesso, non ha una posizione stabile. Secondo una ricognizione tra i vincitori degli Starting Grant, oltre il 67% non dispone in Italia di una posizione che possa evolvere verso il tempo indeterminato. Si tratta di assegnisti, ricercatori a tempo determinato, studiosi con contratti non standard o attualmente impiegati all’estero.

Il paradosso è evidente: lo Stato affida progetti da centinaia di migliaia o milioni di euro a ricercatori che operano in condizioni di precarietà e con margini di autonomia limitati. “Ci troviamo a dirigere progetti da milioni di euro con lo stesso tipo di contratto delle persone che dovremmo assumere”, spiegano. “E in alcuni casi non possiamo nemmeno partecipare alle commissioni o supervisionare formalmente i dottorandi finanziati con i nostri fondi”. Una “meritocrazia capovolta”, la definiscono, in cui la responsabilità scientifica non coincide con il riconoscimento giuridico. E c’è chi, dall’estero, sta valutando di rinunciare. Il bando Fis 3 nasce anche con l’obiettivo di attrarre talenti in Italia, ma tra i vincitori figurano ricercatori oggi attivi in università e centri di eccellenza internazionali – da Harvard a Cambridge, fino al CERN di Ginevra – che guardano con crescente incertezza alla prospettiva di trasferirsi.

A rendere il quadro ancora più critico è il capitolo legato alla maternità. Una Faq pubblicata dal ministero il 16 aprile prevede un’estensione massima di cinque mesi per le ricercatrici, ma solo sulla durata complessiva del progetto, non sull’avvio. Questo significa che anche chi è in congedo obbligatorio dovrà comunque far partire formalmente le attività entro il 30 settembre. “È una situazione paradossale”, spiegano. “Una lavoratrice in maternità dovrebbe gestire bandi, selezioni e procedure amministrative durante il congedo”. Non solo: la normativa italiana prevede fino a undici mesi complessivi tra congedo obbligatorio e parentale, mentre il bando ne riconosce al massimo cinque. “Di fatto ci viene chiesto di scegliere tra il progetto e i nostri diritti”. Una contraddizione che pesa anche sul piano politico.

Lo stesso bando, ispirato ai programmi europei ERC, riconosce estensioni ampie in fase di candidatura – fino a diciotto mesi per figlio – che però vengono meno nella fase di esecuzione, come viene a mancare totalmente tutele sul congedo di paternità. E mentre il governo indica la natalità tra le priorità, le regole del Fis 3 finiscono per penalizzare proprio chi ne dovrebbe essere tutelato. A tutto questo si aggiunge l’assenza di un confronto strutturato con il ministero. I ricercatori parlano di lettere rimaste senza risposta e di un’interlocuzione mai realmente avviata. “Non c’è stato un tavolo, non c’è stato un dialogo”, raccontano . “Abbiamo scritto, abbiamo provato a interloquire, ma non è mai arrivata una risposta diretta”. La proroga, spiegano, è arrivata senza un reale confronto, “non come punto di caduta di una discussione, ma come decisione unilaterale”. Per questo, nonostante il rinvio al 30 settembre, le criticità restano tutte aperte. La richiesta dei vincitori è di spostare ulteriormente la scadenza al 31 dicembre 2026, per allinearla ai tempi reali delle procedure pubbliche, e di intervenire su due nodi strutturali: la tutela dei congedi di maternità e parentali e la stabilizzazione dei contratti.

La posta in gioco va oltre il singolo bando. Senza correttivi, avvertono, il rischio è duplice: da un lato lo spreco di centinaia di milioni di euro pubblici, dall’altro una nuova occasione persa per rendere il sistema della ricerca italiano più competitivo e attrattivo. “Si finanzia l’eccellenza scientifica senza garantire le condizioni minime perché possa essere esercitata”, sintetizzano. Ma chiariscono: “Non vogliamo creare una contrapposizione tra chi ha vinto questi finanziamenti e chi è precario da anni nell’università senza averli ottenuti, magari per differenze minime di punteggio. Il punto non è dividere, ma fare in modo che strumenti di questo tipo funzionino davvero: se il ministero decide di investire in questi bandi, deve anche garantire condizioni adeguate, in linea con i modelli europei, senza penalizzare nessuno lungo il percorso”. Altrimenti quella che doveva essere una “boccata d’ossigeno” rischia di restare su carta.

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