I blindati fanno rientro alle sette. Cambio turno. La caccia è continuata per la terza notte consecutiva. Va avanti senza sosta ma finora senza successo. Inizia ad albeggiare. La luce batte sulla facciata della caserma dei carabinieri di Molinella, base logistica dove vengono coordinate le operazioni. Intorno una pesante nebbia. È calata verso le 4 del mattino. Igor Vaclavic, 41 anni e decine di alias, nato a Sobotica, tra la Serbia e l’Ungheria, ha potuto approfittare anche di questo per nascondersi e muoversi meglio nello sconfinato lembo che abbraccia Molinella e Argenta, a cavallo tra le province di Bologna e Ferrara. Le chiamano oasi di Marmorta e Campotto. In realtà di oasi hanno ben poco.

Quaranta chilometri quadrati di fitta boscaglia nel Parco Regionale del Delta del Po. Campi argillosi e terreni incolti, costellati da casolari abitati e da cascine abbandonate; tagliati dal fiume Reno, dal torrente Idice e da un’infinità di canali di irrigazione e acquitrini. Una zona che “il russo” ha imparato a conoscere come le sue tasche durante i periodi di latitanza. Ed è proprio questo l’habitat dove da giorni sopravvive l’uomo più ricercato d’Italia, accusato di aver ucciso il barista Davide Fabbri a Riccardina di Budrio (Bologna) e la guardia venatoria Valerio Verri a Portomaggiore, nel Ferrarese. Alle sue calcagna ci sono però i reparti d’elité dei carabinieri. I paracadutisti del Tuscania battono palmo a palmo il terreno. Al loro fianco la neonata Sos, la Squadra di supporto operativo creta in chiave antiterrorismo, e i cacciatori di Calabria, mastini abituati a fiutare e a seguire le tracce lasciate dai boss della ‘ndrangheta che si danno alla macchia sull’Aspromonte. In campo sono già presenti anche i Gis, ma la speranza è che non debbano essere mobilitati, visto che l’intervento del gruppo è previsto in caso di situazioni critiche, come ad esempio una presa di ostaggi.

Gli specialisti dell’Arma sono equipaggiati con armi automatiche da guerra, fucili da cecchino e visori a infrarossi per non dare tregua nemmeno di notte a quello che per loro è solo un bersaglio da catturare vivo o da eliminare al minimo tentativo di reazione. “Se non lo prendono loro non lo prende più nessuno” si lascia scappare un militare. In tutto sono impiegati 800 uomini, tra carabinieri e poliziotti, che si danno il cambio dopo turni estenuanti per scandagliare un’immensa “zona rossa” chiusa da un cordone di sicurezza impenetrabile e sorvolata incessantemente dagli elicotteri. Le lingue d’asfalto che le corrono intorno, tra Molinella e Argenta, sono disseminate di posti di blocco. Due carabinieri per pattuglia: giubbotto antiproiettile e mitra in braccio. Ogni auto viene fermata. Ogni bagagliaio fatto aprire. Impossibile entrare o uscire.

Avventurarsi nelle strade sterrate che si perdono nella campagna è un rischio che i militari consigliano di non azzardare, nemmeno di giorno. Vaclavic è braccato, affamato e ferito. Disperato. Ma il sospetto degli investigatori è che qualcuno lo stia aiutando. Le tracce che semina vengono raccolte e analizzate. Come quelle lasciate nell’ultimo giaciglio scovato due giorni fa, dove sono stati trovati avanzi di verdura, o quelle fiutate in due occasioni oggi dai cani molecolari vicino ad alcuni corsi d’acqua. Da qui non può fuggire. E’ solo questione di tempo. Ma rimane pericoloso. E’ armato con due pistole e almeno 40 colpi, è capace di tutto. Lo ha dimostrato in questi anni e soprattutto in questi ultimi dieci giorni, in cui sembra essersi trasformato in uno spettro pronto a lasciare dietro di sé una lunga scia di sangue. La sua prima vittima è stata Davide Fabbri, ucciso la sera del primo aprile nel suo bar con una calibro nove rubata a un metronotte il 29 marzo. La seconda è stata la guardia venatoria Valerio Verri. Sabato scorso il russo ha freddato lui e ha ferito il collega Marco Ravaglia, a Portomaggiore. Gli si sono avvicinati credendolo un pescatore di frodo, ma lui ha sparato senza battere ciglio, ha rubato la pistola calibro dodici e il caricatore di riserva in dotazione a Ravaglia e ha abbandonato il Fiorino bianco su cui si è mosso nei primi giorni di fuga.

A bordo gli investigatori hanno trovato la bicicletta elettrica con la quale era stato visto nelle campagne del Ferrarese prima del tentativo di rapina nel bar culminato nell’omicidio di Fabbri. Non solo. Sul tettuccio era ben visibile un’impronta di una mano sporca di sangue e stracci insanguinati erano sparsi all’interno dell’abitacolo, oltre a un mozzicone di sigaretta e ad alcune magliette. Materiale decisivo per arrivare al Dna di questo fantasma, che dopo aver lasciato la Serbia nel 2005, dove era accusato di rapina e violenza sessuale, è apparso in Italia, tra il Bolognese e il Ferrarese. Qui ha iniziato a mettere a segno i suoi colpi per i quali nel 2007 è finito in carcere. E sempre qui, una volta uscito nel 2010, ha continuato a rapinare e a rubare. Nonostante due decreti di espulsione e fughe da film. La sua ultima sfida la gioca in un territorio che conosce alla perfezione. E dove sembra essere altrettanto conosciuto. Basta fermarsi in un qualsiasi bar di Molinella o Argenta per sentire parlare di lui e delle sue scorribande. “Molti lo vedevano aggirarsi in bicicletta per le campagne, indossava un giubbotto mimetico e aveva un arco a tracolla. Sembrava il matto del paese“. Non lo era. Davanti al bar di Fabbri ci sono i segni del suo passaggio. Due cartelli sulle saracinesche: chiuso per lutto. E decine di mazzi di fiori a terra. Ormai appassiti.