Dopo 18 anni il pm Nino Di Matteo lascia la procura di Palermo per trasferirsi a Roma alla Direzione nazionale antimafia. All’unanimità il plenum del Csm ha assegnato a lui uno dei cinque posti da sostituto messi a concorso alla Superprocura guidata da Franco Roberti. L’addio a Palermo sarà operativo tra due mesi, ma non equivale a un abbandono del processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Su richiesta del procuratore di Palermo Lo Voi e con il consenso di Roberti, Di Matteo potrà restare pm in quel processo.

È da tempo che Di Matteo aspira alla Superprocura. Due anni fa il plenum gli aveva però preferito altri colleghi. Cinque mesi fa era stato invece lui a dire no al Csm che voleva assegnarlo alla procura di via Giulia, non all’esito di un concorso, ma con un trasferimento per ragioni di sicurezza. Un passo compiuto dai consiglieri dopo che un’intercettazione aveva fatto risalire l’allarme per la sua incolumità. “Lo devono ammazzare”, aveva detto un mafioso alla propria moglie invitandola a non andare allo stesso circolo sportivo frequentato da Di Matteo.

Un sogno inseguito da tempo dal pubblico ministero. Ora quella ferita, vissuta da Di Matteo come “un’ingiusta mortificazione” di cui aveva chiesto giustizia con un ricorso al Tar del Lazio, si rimargina. L’unanimità che c’era stata in III Commissione sul suo nome (così come su quelli dei sostituti romani Francesco Polino, Barbara Sargenti e Maria Cristina Palaia e del pm napoletano Michele Del Prete).

Si era trattato di un risarcimento pieno, considerato che tra i concorrenti c’erano candidati di spessore, come i pm del processo Mafia capitale Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli, l’ex assessore alla Legalità del Comune di Roma ora sostituto a Napoli Alfonso Sabella, il pm romano e segretario dell’Anm Francesco Minisci e il procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato. E visto che la Commissione, nel compiere la sua scelta “non semplice”, ha anche “tenuto conto delle indicazioni del procuratore Roberti”, come aveva spiegato la presidente Elisabetta Casellati (Forza Italia). L’allarme sicurezza per il magistrato è alto da anni tanto che per il pm era stato deciso l’utilizzo di un jammer. Nel 2014 Totò Riina, intercettato in carcere, disse di volere per lui “la fine del tonno”. Un rancore covato da tempo nei confronti del magistrato, che è stato titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Antonino Saetta, costata al boss di Corleone la prima condanna all’ergastolo. Più recenti le dichiarazioni di Vito Galatolo sull’acquisto di un carico di tritolo da usare per un attentato a Di Matteo.