Contromossa del pm di Palermo Nino Di Matteo alla bocciatura del Csm, con il voto contrario dei vertici della Cassazione, al concorso come sostituto alla direzione nazionale antimafia (Dna). Il magistrato più a rischio d’Italia, oggi in prima linea nel processo sulla trattativa Stato-mafia, ha presentato un ricorso al Tar che è un duro attacco all’organo di autogoverno della magistratura.

I suoi legali, il professor Mario Serio e l’avvocato Giuseppe Naccarato, chiedono la sospensione della delibera che ha promosso i sostituti Eugenia Pontassuglia, Salvatore Dolce e Marco del Gaudio. Accusano il Csm di aver violato l’articolo 97 della Costituzione sul buon andamento della Pubblica amministrazione e di aver commesso “abuso di potere”, violando una circolare interna.

Nelle 33 pagine, che Il Fatto ha potuto leggere, rimarcano che sono stati ignorati meriti e abnegazione del magistrato. Gli avvocati sottolineano “l’umiliante pretermissione, da parte del Csm, del valore degli anni di sacrifici, rischi, impegno in cui si è articolata la carriera” di Nino Di Matteo “al servizio della Giustizia. Appare addirittura beffardo – scrivono – che, dopo lunghi mesi di notorietà delle spietate minacce rivolte dalla mafia, il Csm se ne sia ricordato promuovendo un procedimento ufficioso di trasferimento extra ordinem, esattamente alla vigilia della deliberazione sul concorso, con ciò rivelando platealmente il suo orientamento negativo all’accoglimento della domanda”.

Ed ecco la sferzata: “Si tratta di una, non lusinghiera per chi l’ha effettuata, inammissibile proposta compensativa, la cui incompatibilità con il principio scolpito dall’art. 97 della Costituzione appare in egual misura clamorosa e insostenibile!”. Alla base del ricorso, però, una ragione professionale: “Si tratta della sistematica, algebricamente calcolata e calibrata sottovalutazione dell’ineccepibile e solidissimo profilo professionale del ricorrente”.

Secondo gli avvocati, non è stato attribuito il punteggio secondo i parametri della circolare, ed è stato così disatteso l’essenziale parere del Consiglio giudiziario di Palermo, il Csm locale, una “inconcepibile sottovalutazione” che “sfida il parere del Consiglio Giudiziario del 18 ottobre 2012 (confermato nel marzo scorso, ndr): ‘Il dott. Di Matteo ha diretto e coordinato indagini particolarmente incisive e complesse nei confronti di agguerrite famiglie mafiose… In tale contesto ha dato prova di straordinarie qualità professionali’.

Osservano, amareggiati, gli avvocati di Di Matteo: “Non è incoraggiante per la magistratura italiana apprendere che queste doti – spinte fino all’annullamento della possibilità di vivere una vita senza il costante terrore di vedersela violentemente tolta – valga per il suo organo di governo autonomo soltanto i due terzi del punteggio massimo”. Neppure la relazione del Consiglio giudiziario “è servita a convincere l’arcigna maggioranza consiliare a prendere in considerazione l’elemento premiale in questione”.

C’è dell’altro: “Ancor più grave, al limite della mortificazione umana e professionale, è la mancata attribuzione dell’incremento di 1 punto” dato che la circolare del Csm lo prevede ‘nei casi in cui risulti che il magistrato è stato impegnato per periodi di tempo prolungati e continuativi in compiti particolarmente complessi ed impegnativi’”.

Nel ricorso si compara anche il metro di giudizio usato per i candidati promossi e quello per il bocciato Di Matteo, arrivato undicesimo: non solo è stata ignorata l’anzianità del pm rispetto ai colleghi, ma “per i controinteressati si riconosce una loro profonda conoscenza della criminalità organizzata, di cui sorprendentemente non si fa cenno per il dott. Di Matteo”, che pure si occupa di mafia dal ‘99, quando riaprì le indagini sull’omicidio di Rocco Chinnici e in seguito chiese l’ergastolo per Totò Riina dal quale gli giunse la prima decisa minaccia di morte. L’ultima, quella del superlatitante Matteo Messina Denaro, è ancora attuale, tanto da giustificare l’arrivo a Palermo del dispositivo bomb jammer che individua e disattiva eventuali congegni elettronici.

In conclusione, si legge nel ricorso, “appare evidente che il Csm sia incorso in una vera e propria omissione di elementi significativi” che risultano dagli atti presentati. “Di conseguenza l’omissione di cui è affetta” la delibera del Csm la rende “illegittima”, tanto più “a fronte del principio pacifico secondo cui il Csm non può discostarsi dal parere del Consiglio giudiziario se non con motivazione adeguata”. La parola passa al Tar del Lazio.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 maggio 2015