Si può ridere del cancro? È la domanda che si pone Cristina Ferroni, una donna che a 52 anni ha dovuto affrontare la diagnosi di un tumore al seno e ha fatto dell’ironia la sua arma per affrontare e cercare di sconfiggere la malattia. La risposta la racconta lei stessa nel suo libro Fuori di tetta, un resoconto ironico nonostante la sofferenza, che narra il suo percorso dalla scoperta di un carcinoma fino ai ricoveri in ospedale, alle cure e le visite con gli specialisti: “Si può ridere per un cancro? – chiede Cristina nelle prime pagine – No di certo! Ma si deve ridere con il cancro! Sono fermamente convinta che l’umore sia la giusta te­rapia per combatterlo. Ridere fino alle lacrime e pian­gere fino a ridere. Finché rido e faccio ironia decido io, sono io che domino la situazione: perché IO sono al di sopra del cancro!” E’ così che lo spirito dell’autrice, una paziente “fuori di tetta” appunto, comincia a farsi strada fin dall’inizio del volume, nato per caso sulla scia di un concorso letterario e diventato poi un’opera a scopo benefico, i cui proventi sono tutti devoluti ad Andos onlus Milano (Associazione nazionale donne operate al seno).

“Ho messo insieme tutto quello che mi era successo – racconta Cristina a ilfattoquotidiano.it – mi è venuto naturale condividere la mia esperienza, ma soprattutto il modo in cui io ho affrontato e gestito la convivenza con il tumore. Speravo che potesse essere d’aiuto alle donne che si trovano nella mia situazione”. Una modalità di porsi di fronte alla malattia sicuramente originale e inconsueta: scarpe con tacco 12, reggiseni a paillettes e trucco perfetto sono la divisa che Cristina sceglie per il suo calvario tra accertamenti, interventi e cure. Lei che lavora nel campo della moda, non ci sta a rinunciare alla sua femminilità, al colore, ma soprattutto all’autoironia: “Sono sempre stata così, con la malattia mi sono resa più eccentrica, ho cercato di contrastare la tristezza con i colori, perché il colore è vita, mentre il nero è luttuoso. Ho voluto sempre dare l’apparenza di una persona sana, che sta bene. E anche in reparto le persone sembravano apprezzare, mi hanno spesso fatto i complimenti per il mio aspetto”.

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E anche per il sorriso, sfoggiato come un’arma per difendersi dal dolore e abbracciare la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli non pianificati come la malattia. Così gli effetti collaterali della chemioterapia come la perdita dei capelli, per Cristina diventano la scusa per provare nuovi tagli, colori e acconciature con le parrucche, o l’espediente per acquistare turbanti e foulard, ovviamente coloratissimi. I medici si trasformano in tettologi e tettoplastici con cui l’autrice riesce a scherzare mentre parla di protesi e immagina come diventerà il suo décolleté dopo l’intervento.
Sia chiaro però, anche in Cristina, che da 52enne nel libro si definisce una “giovane ragazza2, come in tutte le altre donne, la diagnosi di carcinoma ha l’effetto di uno tsunami. “La mia sorella gemella era morta sedici anni prima per un tumore. Quando ho saputo di averlo anche io, mi sono detta che avrei fatto la sua fine”. Subito dopo però in lei, già provata da quella perdita e dal dolore vissuto vicino a una persona malata, scatta un’altra convinzione sul suo epilogo: “Cristina – scrive – vivrà a lungo, felice e contenta e in piena salute”. Il finale della sua storia comincia a disegnarlo lei stessa, diventando la protagonista della sua battaglia contro il cancro:

“Quando il dolore comincia a diventare parte della tua quotidianità, l’unica cosa che si può fare è cercare di trovare un sorriso tutti i giorni, perché solo questo può far stare meglio – spiega – Certo, non è facile. Ci sono i momenti di sconforto, il panico prima dei controlli, l’incertezza sul futuro. È normale abbattersi, elaborare il dolore, ma poi bisogna rimboccarsi le maniche e andare avanti come delle guerriere”. Un messaggio di speranza che l’autrice, grazie anche all’aiuto di Andos e delle sue volontarie, ha deciso di trasmettere a tutte le donne attraverso la sua opera. “In molte mi scrivono, anche tante giovani donne sotto i 40 anni. Cercano conforto, si aggrappano al mio esempio per andare avanti. Altre invece dicono che ho banalizzato il tumore, che non si ritrovano nel mio racconto – continua -. La verità è che non c’è un modo migliore di altri di vivere la malattia, ma questa è la mia esperienza e penso possa aiutare anche le altre come me, perché decidere tu stessa della tua vita è diverso da subire quello che accade. Si può dire che il tumore è qualcosa che non doveva capitare, ma è accaduta lo stesso. Però non significa che la vita non valga ugualmente la pena di essere vissuta. Il tumore è una parentesi, ma al centro ci sei tu”.