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Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca?

Le donne prendono la parola all'interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica. Conta la possibilità di accedere ai media
Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca?
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C’è un elemento che accomuna molte donne che denunciano violenze, molestie sul lavoro o abusi di potere: la solitudine.

Una solitudine che spesso non inizia dopo la denuncia, ma molto prima. È la solitudine di chi sa che dovrà misurarsi con rapporti di forza profondamente diseguali; di chi teme di non essere creduta; di chi sa che il proprio racconto verrà esaminato, sezionato, messo in discussione più della condotta di chi viene accusato. Una solitudine che diventa ancora più pesante quando dall’altra parte ci sono uomini potenti, influenti, dotati di risorse economiche, relazioni e capacità di orientare l’opinione pubblica.

La vicenda che ha coinvolto G., la donna uruguayana, nel caso della Grazia Nicole Minetti, e quella dell’imprenditrice che ha denunciato il senatore Francesco Silvestro, per una violenza sessuale avvenuta, secondo l’accusa, negli uffici del Senato, sono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Sono storie che ci pongono, ancora una volta, di fronte alla questione del corpo delle donne e del dominio sessuale degli uomini, al diverso peso attribuito alla credibilità femminile e a quella maschile e al prezzo che si paga sempre, quando si solleva il velo e si mostra il vero volto del potere.

Le donne che subiscono violenza prendono la parola all’interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica, il prestigio. Conta la possibilità di accedere ai media e di sostenere lunghe battaglie giudiziarie. E conta, dall’altra parte, la paura di non essere credute, di essere esposte al giudizio collettivo, di vedere la propria vita privata passata al setaccio mentre quella degli uomini coinvolti continua a essere raccontata attraverso lo specchio del successo e del prestigio sociale.

Alberto Genovese venne raccontato su Il Sole 24 ore (l’articolo contestato fu poi rimosso) come una meteora che si era spenta prematuramente, quasi fosse vittima di un incidente di percorso. Oggi la stampa lo racconta mentre organizza una festa di lusso per il suo compleanno, insieme alla moglie. Tutto è stato dimenticato tranne la ricchezza di Genovese e la celebrazione del suo tenore di vita. Altri imputati per stupro sono stati raccontati per il ruolo pubblico o privato come “campioni dello sport” o “bravi ragazzi” che sarebbero “presto diventati padri”. Le accuse di stupro pesano meno del ruolo famigliare o sociale degli stupratori.

Nel caso dell’imprenditrice che ha sporto denuncia per violenza sessuale, basterebbe mettere su un piatto della bilancia le domande che un giornalista di Repubblica ha rivolto al senatore e, sull’altro, quelle che ha rivolto all’imprenditrice. Il senatore ha dovuto rispondere a domande ‘ficcanti’ quali: “Possiede una villa?”. Per poi commentare: “Io un bel ragazzo, lei una donna normale. In tribunale ci divertiremo”. Parole gravissime, (di cui poi si è scusato, peccato che non si sia dimesso) che richiamano stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato i processi per violenza sessuale, nei quali il giudizio si è spesso spostato dalle condotte degli imputati all’aspetto fisico, al comportamento e alla vita delle donne che denunciano.

L’imprenditrice, invece, si è trovata a dover rispondere a domande rivittimizzanti perché sono, di fatto, illazioni: “Senza che vi sia stato nessun gioco o nessun consenso tra voi? E lui dice il vino mi eccita?”, “Scusi se lo chiedo, perché non si è ribellata. Non poteva urlare?”, “Lei fa trascorrere un anno per presentare denuncia. Perché?”, “Il senatore dice che lei aveva promesso di andare a cena”.

Una narrazione che ci fa toccare con mano quanto la vergogna non abbia ancora cambiato lato e non ricade nemmeno su certa stampa che senza pudore, continua a riproporre schemi e narrazioni ormai ampiamente contestati, nonostante l’invito rivolto da Gisele Pelicot.

La vergogna al contrario, resta ancora incollata alle vittime che dopo la denuncia, hanno subito campagne d’odio, insulti, intimidazioni e processi mediatici. Così la presunzione di innocenza dell’uomo rischia spesso di tradursi, nel dibattito pubblico, in una presunzione di calunnia nei confronti delle donne, soprattutto quando in gioco vi è una forte asimmetria di potere.

Dovremmo invece chiederci sempre, quanto le disparità di potere possano rendere insostenibile il peso di una denuncia penale o pubblica, rendendo molte donne vulnerabili prima, durante e dopo aver rilasciato la loro testimonianza. È anche questo che spiega perché tante scelgano il silenzio e perché altre, dopo aver parlato, decidano di fare un passo indietro. Se una donna che mostra il vero volto di uomini celebrati pubblicamente in virtù del loro denaro e del loro potere, viene lasciata sola, perdiamo tutte e tutti. Si perde una battaglia di civiltà e lei perde la propria voce.

Possibile che la stampa italiana non si interroghi mai su cosa significa per una donna sostenere una denuncia pubblica in una situazione di disparità di potere? Possibile che la stampa italiana non sollevi mai il velo su se stessa?

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