Dalla Corte d’Appello di Milano arriva la conferma di adottabilità del figlio di Martina Levato e Alexander Boettcher, la cosiddetta “coppia dell’acido”. I giudici della sezione Minori e famiglia hanno respinto i ricorsi della giovane bocconiana, condannata a 20 anni in appello, e dell’ex amante, anche lui condannato per le aggressioni con l’acido nell’inchiesta del pm Marcello Musso. Ad ottobre, il Tribunale per i minorenni dichiarato adottabile il bambino, che compirà due anni a Ferragosto.

Nelle motivazioni del provvedimento dello scorso 6 ottobre, con cui i giudici minorili avevano anche stabilito che né i genitori né i nonni potessero più vedere il bimbo, il collegio aveva sottolineato la “preoccupante mancanza di capacità critica e di riflessione rispetto alle proprie fragilità da parte di tutti i familiari che costituisce elemento ostacolante ed, ancor più, impeditivo di ogni possibile futuro cambiamento e miglioramento della relazione” con il bambino.

Lunedì 6 marzo è stata depositata la decisione della Corte d’Appello che ha confermato la sentenza dei giudici minorili sullo “stato di adottabilità” del minore. L’avvocatessa per la difesa della Levato, Laura Cossar, aveva chiesto in prima battuta il collocamento della Levato e del bambino all’Icam (Istituto di custodia attenuata per madri detenute), in subordine l’affido ad un’altra famiglia ma con la possibilità di incontri tra madre e figlio, e in estremo subordine l’affido ai nonni materni. Boettcher, invece, aveva ribadito davanti alla Corte la richiesta di affidamento del piccolo alla nonna paterna: non a lui né a Martina, entrambi in carcere da più di due anni, perché non voleva che il bambino crescesse in un ambiente carcerario.

Il legale di Levato inoltre aveva chiesto, in prima battuta, che venisse di nuovo disposta una consulenza tecnica d’ufficio sulla capacità genitoriale della giovane, perché, secondo la difesa, la prima perizia è stata “molto affrettata” e i periti sono giunti alle loro conclusioni dopo “una sola ora di osservazione dell’incontro mamma-bimbo”. “Ho molto riflettuto e non ho risentimenti verso il Tribunale che mi ha strappato mio figlio, ma non smetterò mai di lottare per il mio bambino”, aveva detto Levato davanti ai giudici in appello, lasciando intendere la volontà di andare fino in Cassazione.

Sostenere che, “tolto Alexander” Boettcher, ormai ex amante, il “rapporto” tra Martina Levato e il bimbo “possa partire e proseguire sui giusti binari non tiene conto del fatto che il bambino subirà per sempre il marchio di una famiglia così segnata da atroci violenze” scrivono i giudici nelle motivazioni. I giudici, tra l’altro, richiamando più volte la perizia sulla capacità genitoriale della coppia effettuata in primo grado, spiegano anche che “non sono presenti in Martina quei profondi, sinceri, reali e necessari segnali che soli possono mostrare un cambiamento”. Né lei né Boettcher, arrestati il 28 dicembre 2014, nei primi mesi della loro carcerazione, “coincidenti con la gestazione” del piccolo, “hanno mai manifestato segni di pentimento, rimanendo insensibili e indifferenti”.  Nella prima parte delle motivazioni i giudici sottolineano come “il concepimento” del piccolo “è avvenuto nel mesi di novembre del 2014, circa un mese prima della gravissima aggressione compiuta da Martina Levato e Alexander Boettcher il 28 dicembre del 2014 ai danni di Pietro Barbini, ex compagno di scuola della stessa Levato, con il quale ella aveva avuto in passato sporadici incontri sessuali”. E sempre la Corte d’Appello di Milano evidenzia “la circostanza secondo cui fatti così devastanti”, come anche gli altri blitz, “venivano compiuti in pieno accordo tra i due, perché Martina si purificasse agli occhi di Alexander prima di diventare madre”.

In prima battuta, inoltre, la Corte fa notare che “la lunghissima durata delle pene subite” dai due, anche se non ancora definitive, “è da sola tale da impedire” che il bimbo “possa da loro ricevere, in anni decisivi per la sua crescita fisica, scolastica e relazionale, adeguati riferimenti morali e materiali“. C’è la necessità, dunque, secondo il collegio, “di dare al piccolo” quella “serenità e continuità di affetti che solo una famiglia stabile nel tempo potrà dargli”. Quel bimbo che è stato, invece, concepito in una situazione “disfunzionale e distruttiva” e “nel mezzo dei devastanti reati”.
In più, la Corte, sulla base della perizia del primo grado, sottolinea la “mancanza di un autentico cambiamento” di Levato che impedisce che il bimbo “possa tornare dalla madre”. Nella relazione dei consulenti, scrivono ancora i giudici, vengono messe in luce le “preoccupanti incapacità dei genitori e dei nonni di intrattenere con il piccolo relazioni corrispondenti alle sue manifestazioni e ai bisogni espressi”.